Antonio Boschi

Cosa dire, leggere Antonio Boschi sopra la copertina di un libro è un qualcosa che – nonostante tutto – mi ha emozionato perché, siamo sinceri, un po’ di sano narcisismo male non fa. Anzi, aiuta ad andare avanti verso quella che ormai è diventata una missione, ovvero fare in modo che la cultura – un certo tipo di cultura, quella che amo e che cerco sempre più di approfondire – possa arrivare a “contaminare” altre persone.
Un ruolo che mi son dato senza grandi aspettative, con tutta la consapevolezza dei miei limiti ma, perché no, anche dei pregi che mi son stati concessi dalla vita e da una scelta di poter operare in un settore dove la passione ha il sopravvento sulla fatica, sulle delusioni e sugli insuccessi che, immancabilmente, arrivano.
Ma non esiste il bello se in contrapposizione non ci fosse il brutto, così come il paradiso ha un bisogno insostituibile dell’inferno.

Mi son chiesto se scrivere un libro a 55 anni abbia senso, quando è arrivata la proposta da Lorenz Zadro e dalla casa editrice Arcana. Perché no, anzi, perché non farlo proprio in questi anni quando la maturità dovrebbe essere arrivata alla sua massima vetta prima di un, speriamo, lento, lentissimo, ma inesorabile declino? Una fase della vita, questa, con una gran voglia di agire, di esaudire e liberare sogni ancora chiusi nel famoso cassetto, e beato chi ce l’ha il cassetto. Sogni che possono sembrare velleitari, come voler scrivere un romanzo (o finire quello iniziato), ma che non hanno obblighi né di pubblicazione e, tantomeno, di successo. Cose che si fanno anche solo per sé stessi, per stare bene. E, allora, mi piace circondarmi della musica che amo, ascoltarla, annusarla, toccarla, leggerla e – magari – farla conoscere a chi non ha avuto la fortuna di avere persone accanto che hanno saputo accendere l’interesse, come fecero mio fratello Paolo e la mia famiglia tanto tempo fa. Ecco perché ho accettato la sfida di questo “Blues Pills e altre storie” dove mie sono proprio le altre storie che vanno a complementare il lavoro di Lorenz su una sorta di A, B, C del mondo del blues e di come avvicinarsi senza restare atterriti dal troppo sapere. Il blues è una musica – anzi un concetto, uno stile di vita – semplice, che non va studiato, ma va cercato dentro la propria anima. È un qualcosa di difficile da spiegare, ma quando lo senti lo capisci subito perché ti da di quelle sventole e di quelle botte di felicità che sfido chiunque a non riconoscerle. Ma non è un libro che ti può far capire queste cose, è la vita. Il libro serve a riconoscerle meglio o a intraprendere un percorso magari nuovo, che vada nella direzione giusta, evitando alcuni banali errori. Per questo lo abbiamo fatto così, Lorenz ed io e chissà che – magari – un giorno un giovane ragazzo o una ragazza abbiano voglia di ringraziarci per aver aperto loro una porta che per noi è un portone.

Adesso che “Blues Pills e altre storie “ è una realtà e che lo si inizia a vedere nelle librerie e online aumenta la voglia di continuare a scrivere – e se già lo faccio grazie alla grande opportunità che Marino Grandi e tutta la famiglia de Il Blues mi hanno concesso già oltre 10 anni or sono, e il mio lavoro con A-Z Blues o questo mio blog prendono gran parte del mio tempo – chissà che da quel famoso cassetto non esca, prima o poi, anche un racconto che da tempo cresce e lavora dentro di me.
Chissà.

Oltre all’amico Lorenz e ad Arcana ringrazio Alexandra Balint per le bellissime immagini realizzate con una particolarissima tecnica di incisione su plexiglass, Davide Grandi, nostro socio in A-Z Blues, e tutti coloro che ci seguono.
Per gli interessati il libro lo si può trovare nelle librerie oppure online a questo indirizzo:
http://www.arcanaedizioni.com/prodotto/lorenz-zadro-antonio-boschi-blues-pills-storie/

 


 

“Blues Pills e altre storie”: perché scrivere un libro a 55 anni?

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