Bob Weir – Blue Mountain (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)In questi giorni sono completamente preso dalla lettura di “Bull Mountain”, intensa opera prima dello scrittore, nonché pompiere della Georgia, Brian Panowich. Il romanzo è una sorta di saga incentrata sulla famiglia Burroughs, fatta di personaggi ostili, rudi fuorilegge ma che mette in evidenza una sorta di onestà e di attaccamento alle proprie radici, virtù tipicamente statunitense. Una storia del Sud, ambientata in impervi boschi, con parecchi riferimenti a brani musicali, da Bowie ai Lynyrd, da Janis a The Band. In effetti l’autore è stato anche musicista ed è ovvio che abbia voluto musicare il suo romanzo. L’intensità e la bella descrizione dei luoghi mi hanno portato a voler riascoltare, dopo non tanto, il nuovo lavoro di Bob Weir, recentemente uscito per la Columbia/Legacy (88985366991) che riesce ad evocare in me atmosfere molto attinenti alle parole del libro. Qui – però- si apre un nuovo capitolo in quanto mi sembra ormai nota la mia passione per i Grateful Dead, stellare band della quale Weir è stato uno dei fondatori. E della band californiana ho sempre ritenuto, pur ammirando i meravigliosi lavori di cesello alla chitarra, il giovane Bob come uno degli anelli deboli del gruppo, anche se alcune sue composizioni rimangono delle vere e proprie perle. Non ho mai amato il suo modo di cantare, preferendo di gran lunga Jerry Garcia (ho un debole per i non cantanti), ma qui ci troviamo al cospetto di tutt’altro. Non c’è traccia dei Dead in questo Blue Mountain, un album (doppio vinile) che si presenta con una veste grafica particolarmente curata, con una fotografia centrale che racconta tutto ancor prima che la puntina tocchi la prima traccia del disco. È un disco di pura “Americana”, un ritorno al passato quando un giovanissimo Weir faceva esperienze da cowboy in Wyoming prima di ritornare nella natìa California ed incontrare Garcia. Quello che colpisce è l’atmosfera rilassata del disco e, soprattutto, il timbro vocale come se i neo settant’anni avessero regalato una sicurezza canora da vero e navigato cantastorie. È pur vero che, spesso, gli artisti – quelli con la “A” maiuscola hanno due periodi nella carriera di maggior splendore artistico: agli inizi, giovani e con la spregiudicatezza che contraddistingue questa fase della vita e a maturità raggiunta, quando non si deve più dimostrare nulla e si ha la libertà assoluta. Johnny Cash, Willie Nelson ma tanti altri, tra cui proprio Weir, sono tra coloro. Basta ascoltare l’iniziale “Only A River” una canzone nel cassetto di casa Weir dal 1962 per capire tutto questo. Una canzone a dir poco meravigliosa, di quelle che ascolteresti in continuazione, così come la conclusiva “One More River To Cross”, guarda caso entrambe con protagonista il fluire di un fiume (quasi una metafora dello scorrere della vita). L’album è stato registrato con assoluta calma in diversi studi tra NYC e San Rafael (California) in un periodo che va dall’ottobre del 2014 all’aprile del 2016 e vede la produzione nelle abili mani di Josh Kaufman anche co-autore assieme a Weir e a Josh Ritter dei 12 brani di questo Blue Mountain. Il suono è molto curato, dove ogni strumento non prevarica l’altro in una perfetta sinergia di atmosfere da rendere l’impatto globale quasi perfetto, come se fosse l’aria che spazza le pianure del Wyoming in grado di regalare piccole gemme musicali. Oltre al leader, impegnato alla chitarra acustica e, ovviamente, alla voce troviamo Ray Rizzo alla batteria, John Shaw e Scott Devendorf al basso, Sam Cohen, Nate Martinez e Aaron Dessner alle chitarre, Josh Kaufman alle tastiere, oltre a Conrad Doucette, Rob Burger, Dan Goodwin e le Bandana Split ai cori e seconde voci. Un disco bellissimo, che ti entra piano piano e ti cattura con melodie che profumano di tradizione come la stupenda “Lay My Lilly Down” che apre la seconda facciata e che ricorda il miglior Cash del periodo Rubin. Un disco maturo, completo per un artista capace di scrollarsi di dosso l’ombra del geniale Garcia e di dar luce a vecchi sogni chiusi nel cassetto. Un disco che non dovrebbe mancare negli scaffali dei veri appassionati di musica e di quell’America perduta o, forse, fortunatamente ancora no. Un disco al quale sono particolarmente affezionato in quanto graditissimo regalo da parte degli amici Rufus Party, band che adoro.

[Antonio Boschi]


Bob Weir – Blue Mountain (2017)
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