Byrds – Sweetheart Of The Rodeo (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Ci voleva tutto il genio di Ingram Cecil Connor III, l’angelo triste meglio noto come Gram Parsons (1946-1973), per ridare nuova linfa ad una band che fino a quel momento – siamo nel 1968 – si era imposta all’attenzione per il proprio sound jingle-jangle e aprendo la strada a quel sound westcostiano che vedeva nei Byrds di Roger McGuinn, David Crosby, Gene Clark, Chris Hillman e Michael Clarke una delle più influenti band del periodo. Ma per il quintetto losangeleno le acque si erano intorpidite a causa dei dissapori interni, soprattutto per il carattere dispotico di McGuinn, e il risultato fu che alla fuoriuscita di Clark seguì quella di Crosby, membro fondamentale per la band con le sue stupende composizioni. Hillman, quello con l’anima più “country” di tutti, portò quindi in seno alla band Parsons che arrivava dagli International Submarine Band, forse la prima a proporre quello che viene definito country rock ma che lui soleva chiamare “Cosmic American Music”. Adesso affermare chi sia stato il primo ad iniziare è fuorviante ed inutile, certo rimane che in quegli anni – quando il sound psichedelico iniziava a tentennare – il ritorno alle origini stava diventando la nuova strada grazie alle intuizioni di Parsons e The Band forse prima di chiunque. McGuinn e soci si recarono così – nella primavera del ’68 – a Nashville presso i Columbia Studios e il mese seguente negli stessi studi di Hollywood per registrare quello che viene considerato il primo album di country rock (per alcuni anche il più bello) della storia ma che divenne, inaspettatamente, anche il canto del cigno di una grande band dagli equilibri interni troppo deboli. “Sweetheart Of The Rodeo” portava (ma lo fa ancora) l’ascoltatore a vagare per le infinite praterie americane con undici brani di rara bellezza ancora oggi assolutamente freschi senza essere stati intaccati dallo scorrere inesauribile del tempo. L’amico Bob Dylan, al quale i Byrds devono tanto (ma chi non può sentirsi debitore nei confronti del più grande compositore di tutti i tempi) regala una delle perle dell’album, l’iniziale “You Ain’t Goin’ Nowhere” scritta l’anno prima dal “profeta” di Duluth durante le sessions (Basement Tapes) assieme a The Band (toh, chi si rivede) nel ritiro forzato dopo l’incidente motociclistico, e che i Byrds renderanno più veloce e aggiungendovi la pedal steel guitar di Lloyd Green mentre Parson ricama all’Hammond sotto il cantato di McGuinn. Solo questo brano vale l’acquisto ma, fortunatamente, non si tratta di una “lone star” in un album dove lo sbrilluccichio è continuo. La seguente “I Am A Pilgrim” giunge dalla tradizione statunitense bianca ed è cantata da Hillman mentre al violino troviamo John Hartford e McGuinn è impegnato con un five strings banjo. Ancora una cover, questa volta di Charles e Ira Louvin “The Christian Life” vede la presenza del grande chitarrista Clarence White (1944-1973) che in seguito diverrà pedina importante per la band. “You Don’t Miss Your Water” è del soul singer William Bell e prende un’anima più country grazie al piano di Earl P. Ball e la pedal steel di JayDee Maaness, quest’ultimo protagonista anche in “You’re Still On My Mind” (Luke McDaniel) cantata da Parsons e che anticipa la bellissima e veloce cover di Woody Guthrie “Pretty Boy Floyd” con Hartford grande protagonista al banjo e violino, che porta la nostra puntina a girare nella terra di nessuno in attesa di voltare il vinile. Si riparte col primo brano di Parsons che in collaborazione con Bob Buchanan – anch’esso membro dell’International Submarine Band – ci regala la meravigliosa ballata senza tempo “Hickory Wind” e qui siamo ad un’altra delle vette non solo dell’album ma dell’intero genere. McGuinn e Hillman prestano le loro voci al secondo brano di Gram, “One Hundred Years From Now” che vede anche Barry Goldberg al piano oltre a Lloyd Green alla pedal steel e Clarence White alla chitarra elettrica. “Blue Canadian Rockies” arriva dal repertorio della cantante e ballerina country Cindy Walker con Hillman alla voce, White alla chitarra e Parsons al piano. Molto si deve a Merle Haggard che, assieme a Buck Owens, ha saputo creare il Bakersfield Sound sul finire degli anni ’50 in contrapposizione al pacchiano Nashville sound, e proprio dal celebre songwriter dell’Oklahoma ecco “Life In Prison” che Parsons ci canta con trasporto prima del secondo brano di Dylan, creato sempre nelle sessions in cantina: “Nothing Was Delivered”. È ovviamente inutile segnalare che chiude magistralmente un grande album che, purtroppo, i Byrds non saranno più capaci di bissare. Parsons e Hillman se ne andranno poco dopo, anche loro dopo dissidi con McGuinn, per formare i Flying Burrito Brothers. Parsons cercherà fortuna anche attraverso una sfortunata carriera solista con due album di grandissima qualità ma dai risultati immeritatamente scarsi nelle vendite, fino al tragico epilogo di quel 19 settembre ’73 dove venne trovato privo di vita per un’overdose congiunta di morfina e alcol nella stanza numero 8 del Joshua Tree Inn. Nello stesso anno anche Clarence White perse la vita investito da un automobilista ubriaco mentre stava caricando la sua auto al termine di un concerto dei Kentucky Colonels a Palmade, in California. Hillman e McGuinn continuarono tra alterni risultati e successi, senza dubbio maggiori per il primo che è appena uscito con l’interessantissimo album “Bidin’ My Time” che pare abbia fermato il tempo regalando agli ascoltatori un’altra piccola gemma di American Music.

[Antonio Boschi]


Byrds – Sweetheart Of The Rodeo (1968)

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