Nel panorama del Southern Rock un ruolo di peso, e non per la stazza (anche se non trascurabile), lo ha avuto Charlie Daniels, nato a Wilmington nel North Carolina ma che a Nashville, Tennessee – capitale della country music – costruisce la sua fama, prima come sessionman e, successivamente, come leader della band a proprio nome, divenuta una vera icona del genere. Ottimo strumentista, sia col violino che alla chitarra, e in possesso di una voce particolarmente adatta per il genere ha avuto la possibilità di partecipare ad album importanti di Bob Dylan (suona il basso in “Nashville Skyline”, “New Morning” e in “Self Portrait”), Leonard Cohen, Al Kooper e, soprattutto, con la Marshall Tucker Band, gruppo con la quale ha – anche – condiviso il palco in molteplici occasioni. Una passione per il bluesgrass, che rimane e compare a sprazzi durante tutta la carriera, per il country e per il blues hanno caratterizzato fortemente il sound della Charlie Daniels Band che – pur senza aver prodotto alcun capolavoro – è stata in grado di lasciare il segno ed aver influenzato giovani band a seguire. Nella fase iniziale della sua carriera il messaggio delle sue canzoni era a favore delle nuove nascenti generazioni hippie, purtroppo radicalmente cambiato nel corso del tempo con l’arrivo degli anni ’80 e dell’involuzione culturale di certa America, ad iniziare dai suoi presidenti. Ma la musica del panciuto Charlie Edwards Daniels era, comunque, sempre un bel sentire, soprattutto nelle esibizioni live che possiamo ascoltare nei vari album dedicati all’annuale evento da lui creato e conosciuto come “Volunteer Jam” che lo vedeva impegnato coi principali protagonisti del Southern Rock. Nel 1970 debutta con l’omonimo primo album inciso ai Woodland Sound Studios della capitale del Tennessee ed uscito per la Capitol Records sotto la produzione di Jerry Corbitt e Dave Nives. Non erano ancora i tempi delle hit come “The Devil Went Down To Georgia” che gli faranno vendere milioni di copie, ma inizia a vedersi concretamente di che pasta è fatto questa band che emerge nei seguenti “Te John, Grease & Wolfman” del 1972, in “Honey In The Rock” dell’anno successivo e in “Way Down Yonder” del 1974. Nello stesso anno esce anche, per l’etichetta Kama Sutra Records, questo “Fire On The Mountain” che – assieme ad “Honey In The Rock” è indubbiamente il lavoro più maturo della band capitanata da Daniels. Registrato a metà nei mitici Capricorn Studios di Macon, Georgia (dove registrava ed aveva sede la Allman Brothers Band) e il restante live al War Memorial Auditorium di Nashville sotto l’attenta produzione di Paul Hornsby, questo album è fortemente influenzato dal suono della Marshall Tucker Band già dalla iniziale “Caballo Diablo” che, oltre ad suggestionare musicalmente la band lo fa anche nell’estetica “cowboy”. Un brano dal forte impatto, con la bella voce e la chitarra del leader che perfettamente viene supportata dal resto della band formata dalla sezione ritmica sostenuta dalle batterie di Gary Allen e Fred Edwards, mentre il legnoso basso di Mark Fitzgerald si fa notare con belli e precisi passaggi di gusto. Alle tastiere troviamo una certezza con Joel Di Gregorio (1944-2011), mentre alla seconda chitarra Barry Barnes da anche il suo contributo come seconda voce. Molto bella la seguente “Long Haired Country Boy”, inno a cavallo tra redneck e capelloni dove Dickey Betts ricama da par suo al dobro. “Trudy” è un buon rock blues senza infamia e senza lode, molto meglio la delicata “Georgia”, ballata country con un bel gioco di chitarre e il banjo dello stesso Daniels. “Feeling Free”, scritta da Barnes, risente di molteplici influenze tra Doobie Brothers, Marshall e Allman sa, comunque, farsi voler bene e chiude la prima facciata. Tocca al bello e controverso inno sudista “The South Is Gonna Do It” riportarci in pieno clima “southern”, e non poteva farlo meglio con questo brano nato con l’intento di valorizzare i protagonisti del rock di quelle terre ma che, inopportunamente, è stato usato – spesso – per scopi totalmente avulsi dal contesto originale, tanto che Daniels fu costretto a prendere fortemente le distanze (e meno male) dal Ku Klux Klan quando quei fottutissimi, stronzi, razzisti incappucciati utilizzarono il brano come sottofondo per la propaganda di un loro raduno del 1975 in Louisiana (che il cielo li strafulmini!). Tornando alla musica il brano, un boogie degno di considerazione, rimarrà un cavallo di battaglia nei concerti del gruppo. Con “New York City, King Size Rosewood Bed” si chiude la parte registrata in studio e la bella slide guitar di Charlie ci accompagna alla lunga “No Place To Go” registrata il 4 ottobre del ’74 nel corso di un concerto a Nashville. Le lezioni allmaniane e della band dei fratelli Caldwell si fanno sentire tutte in questa jam che, però, non raggiungerà mai le vette toccate dai predecessori pur restando un piacevolissimo brano soprattutto nella parte conclusiva che ci porta ad uno dei cavalli di battaglia di sempre, “Orange Blossom Special”, il classico del bluegrass dove il violino del leader può sfogarsi (a volte fin troppo) e accompagnarci alla fine dello spettacolo. Senza gridare certamente al miracolo questo “Fire On The Mountain” è uno di quei dischi che riesce a fare il suo “annuale” passaggio sul mio giradischi, quindi ne certifica – almeno per me – una buona qualità. Poi i capolavori sono tutt’altra cosa, ma questo è un altro discorso.

[Antonio Boschi]


Charlie Daniels Band – Fire On The Mountain (1974)

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