Charlie Daniels, foto Antonio Boschi, WIT Grafica & ComunicazioneProvate a sorseggiarvi un Mint Julep mentre ascoltate l’omonimo album di debutto del corpulento Charlie Daniels e il South vi invaderà in modo particolarmente piacevole. Senza aver mai prodotto veri e propri capolavori il chitarrista e violinista di Wilmington – capoluogo della Contea di New Hanover nel North Carolina – ha sempre saputo attirare l’attenzione sulla sua figura, a volte – purtroppo – anche per dichiarazioni politicamente non troppo ortodosse, dopo un giovanile passato da hippie in un movimento di controcultura. Nato nell’ottobre del 1936 Charles Edward Daniels possiede un background musicale di tutto rispetto, dove il bluegrass e il gospel pentecostale si sono presto fusi negli ascolti di rhythm’n’blues, country music e rock, posizionandolo tra gli artisti di spicco del Southern Rock, soprattutto in quei primi magici anni per questo genere musicale. Alla metà degli anni ’60 inizia una importante attività di session man a Nashville, una delle capitali indiscusse dell’industria discografica arrivando a prestare i propri servigi a personaggi del calibro di Bob Dylan, Al Kooper, e Leonard Cohen e, sul finire del decennio, producendo gli album “Elephant Mountain” e”Ride The Wind” degli Youngbloods di Jesse Colin Young. Ma fu il profondo rapporto di amicizia con la Marshall Tucker Band che lo indirizzò verso quel sound che resterà marchio di fabbrica della sua band e che culminerà con quello che, penso, sia il disco migliore della sua ormai sterminata carriera: “Fire On The Mountain”, del 1974. Ma prima di formare la propria band Daniels si recò al Woodland Sound Studios della città del Tennessee con un gruppo di altri session man di tutto rispetto per incidere questo suo primo album. Erano i primissimi anni per il Southern Rock lanciato dall’Allman Brothers Band che partendo dal blues ci ha regalato i capolavori che ben conosciamo. Daniels era un “redneck” e la base di partenza certamente molto più country (gli Allman ci arriveranno in una seconda fase, da “Brothers & Sisters” in poi) e questo disco di debutto lo classifico tra i migliori di tutta la sua produzione. L’album prende vita con la complicità dei compianti Ben Keith (1937-2010) alle varie chitarre slide e Tim Drummond (1940-2015) al basso (di li a poco saranno in studio con Neil Young per registrare “Harvest”), troviamo alla batteria Karl Himmel e, in alcuni casi, Jeffrey “Wolfman” Myer mentre alle tastiere il buon Charlie si avvale della competenza di Bob Wilson e, a chiudere la presenza di Jerry Corbitt alla seconda chitarra, alle voci e nel ruolo di produttore e Billy Cox anche lui al basso in alcuni casi. Il lato A di questo bel disco licenziato dalla Capitol (SN-16039) si apre con “Great Big Bunches Of Love”, il tipico country rock che farà scuola e che ci porta nella meravigliosa ballata sudista “Little Boy Blue”, una delle vette massime di questo album che non sfigurerebbe nel repertorio di The Band con la sua melanconica melodia. “Ain’t No Way” ha un incedere più blues con la Gibson di Daniels che ci fa capire di che pasta è fatto. Anche “Don’t Let Your Man Find Out” sa farsi amare dalle primissime battute con la steel guitar di Keith in bella evidenza e “Trudy” chiude la prima facciata richiamando il country rock dell’apertura. Il lato B ci accoglie con una forse troppo sdolcinata “Long Long Way (Back Home)”, ballata che potrebbe essere molto meglio senza l’aggiunta della sezione di archi. Di tutt’altra pasta “Georgia”, una grezza celebrazione del Sud che sta in perfetto equilibrio tra blues e country raccogliendo le varie sfumature che caratterizzano questa prolifica (musicalmente parlando) zona degli States. Una sorta di umorismo della controcultura esce nella gradevole “The Pope And The Dope” aperta sulle piacevoli note di un pianoforte barrelhouse, e la seguente “Life Goes On” ha il solo difetto di essere troppo corta e, anche qui, le influenze di The Band si fanno sentire non poco. Chiude in perfetto stile southern “Thirty Nine Miles From Mobile”, sei minuti di adrenalinico rock con la chitarra del leader in bella mostra. Un’opera prima di tutto rispetto, con brani tutti dello stesso Daniels che, purtroppo, non ha avuto il meritato successo al contrario di altre successive produzioni che – personalmente – ritengo ampiamente inferiori a questo album. Ricordatevi, prima di ascoltarlo, di prepararvi un Mint Julep e se ne avete la possibilità sedetevi verso il tramonto nel vostro giardino dietro casa per gustarvi il tutto, chiudete gli occhi e il Deep South avrà raggiunto la vostra abitazione. Per chi non lo sapesse alla base del più celebre drink del Sud c’è dell’ottimo Bourbon o Tennessee whiskey (6 cl), un cucchiaio di zucchero bianco, uno di acqua, 4 germogli di menta fresca (magari appena raccolta) e – ovviamente – tanto ghiaccio.

[Antonio Boschi]



 

Charlie Daniels – Charlie Daniels (1970)

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