Chris Gaffney foto Antonio Boschi

Siam personaggi ben strani noi appassionati di musica. Mica ci accontentiamo di ascoltare le grandi star del momento o, comunque, quelle consolidate negli anni. Amiamo, piuttosto, andare a cercare quell’artista che nessuno conosce e che, invece, è una bomba. Fortunatamente ce ne sono tanti. Uno di questi era il povero Chris Gaffney (1950-2008) cantante e songwriter losangelino, ma nato a Vienna e passato da Livorno e New York prima di arrivare nella città degli angeli. Dopo la consueta gavetta tra piccole band e minuscole etichette avviene l’incontro con Dave Alvin che gli produce il bellissimo “Mi Vida Loca” del 1992 e lo vuole nel suo capolavoro “King Of California”. Nel 1995 esce questo “Loser’s Paradise” (Hightone Records, HCD 8062), album particolarmente maturo dove oltre all’accordion, chitarra, piano e voce di Gaffney possiamo trovare il bellissimo Hammond di Ian McLagan, Alvin alle chitarre, Ponty Bone all’accordion, Jim Laudersdale, Dale Watson e la grande Lucinda Williams alle voci. Un album nel quale Gaffney esprime con grande personalità e autenticità le tante influenze musicali che lo hanno formato, dal country rock, al soul fino al Tex-Mex. Un disco piacevolissimo, che non rientrerà tra i capolavori, ma che lascia il segno già in partenza con la bellissima “The Eyes Of Roberto Duran”, la celebre ballata senza tempo di Tom Russell, una delle vette dell’album. La title track “Loser’s Paradise” è un western swing con un bel gioco tra pedal steel guitar di Scott Walls e il violino di Gene Elders. Bella, nonostante il genere non mi piaccia per nulla. Molto meglio la seguente lenta e triste ballata “The Man Of Somebody’s Dreams” dove possiamo ascoltare alla seconda voce la brava Rosie Flores. “So Far From God (And Too Close To You)” ci riporta a sonorità vicine a quelle della Nitty Gritty Dirt Band di “Uncle Charlie”, mentre la cover di Dave Alvin “East Of Houston, West Of Baton Rouge” ci fa tuffare nelle acque limacciose dei bayou della Louisiana. Brano di gran carattere. “Cowboy To Girls” ha un incedere soul molto sixteen e vede Gaffney duettare con Lucinda Williams. Con “Azulito” entriamo in pieno Mexico, come ci hanno insegnato anni prima i Los Lobos, per passare quel confine – oggi ancora più triste – e rientrare in Texas con la bellissima “My Baby’s Got A Dead Man’s Number”. La piacevolissima “See The Bid Man Cry” è la tipica ballata statunitense che non ti stanca mai con un bellissimo organo Hammond a ricamare sulla melodia, mentre con “Help You Dream” torniamo in ambiente western swing. “Glasshouse” è un’altra ballatona di quelle che riascolteresti più e più volte e la conclusiva “Sugar Bee” è un piccolo gioiellino tra country e zydeco che non fa altro che farci capire quante frecce aveva nel proprio arco Chris Gaffney. Cercatelo, non vi deluderà.

[Antonio Boschi]

 

Chris Gaffney – Loser’s Paradise (1992)

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