Mi fan venire fin la rabbia questi Creedence Clearwater Revival, sono riusciti a stravolgere alcune mie certezze. Io sono uno di quelli che la canzone comincia dopo i 5 minuti, e se supera i 12 vado in estasi. Ovviamente l’interprete deve essere veramente bravo, anzi di più. Pochissimi, infatti, possono permettersi un tale approccio con la musica. Non a caso Grateful Dead, Allman Brothers, Neil Young sono tra i miei preferiti da sempre. Poi arrivano questi qui, pure da San Francisco, la capitale della psichedelia, e ti sparano sul piatto una serie di canzoni, una più bella dell’altra che durano poco. Eh no, non si fa. Non è che uno si fa tutto un proprio percorso e poi ti arrivano questi quattro bell’imbusti e stravolgono tutto. In poco più di 4 anni i Creedence hanno sfornato 7 album, tutti belli. Una miscela di suoni che più americani di così si muore, raccontando la vita di tutti i giorni, di gente di tutti i giorni, come se fosse una di quelle grosse macchine dei primi anni ’60 in grado di produrre, quasi miracolosamente, belle canzoni a getto continuo. Tutte maledettamente belle, nuove, fresche e assolutamente semplici. Talmente semplici che ti chiedi come possano essere ancora belle e fresche oggi, mezzo secolo dopo. C’è tutto nella musica dei CCR, dal blues delle origini al country, dal rock’n’roll al r’n’b, il tutto condito con quelle spezie che si trovano solo laggiù dove ci sono le paludi della Louisiana, che ci fa un caldo che non resisti, che non sai nemmeno dove stai di casa, ma la musica è una bomba. Swamp rock lo chiamano, una miscela micidiale di ritmo e melodia che la ruggine manco ci pensa ad attaccarla. Il grosso del merito va a John Fogerty, cantante e chitarrista di Berkley che si unisce al bassista e cantante Stu Cook e al batterista e, pure lui, cantante Doug Clifford. Dopo varie esperienze al terzetto si aggiunge Tom Fogerty (1941-1990), fratello maggiore di John, anche lui cantante e chitarrista. Nel 1968 esce il loro primo disco, che prende il nome della band stessa, mentre nel 1969 sono ben 3 le uscite: “Bayou Country”, “Green River” e “Willy And The Poor Boys”. Sono un continuo crescendo di bellezza e maturazione che arriva a toccare l’apice massimo nel 1970 con “Cosmo’s Factory” (Fantasy, 8402) dove, unendo semplicità e talento, riescono a creare un album pressoché perfetto. L’apertura è delle mie, “Ramble Tamble” dura 7 minuti ed è fantastica, comincia come una classica song “made macchina sfornatrice di hit” e poi diventa meravigliosamente psichedelica e sudista (chiedere ai Lynyrd quanto possa aver influenzato il loro suono). “Before You Accuse Me”, il classico blues di Bo Diddley ha una magia tutta sua e John Fogerty canta da par suo regalando spessore con la sua chitarra. Con “Travelin’ Band” siamo in pieno r’n’r che rimane nell’immortale “Ooby Dooby” resa celebre da Roy Orbison nel 1956. Con l’acustica “Lookin’ Out My Back Door” i Creedence ci portano in terre folk e country, mentre con la traccia che chiude il lato A “Run Through The Jungle” si torna in un bayou psichedelico di protesta contro la guerra nel Vietnam e il mio unico rammarico sono i soli 3 minuti di lunghezza. Appena voltato il vinile vieni colpito dal bellissimo (e celebre) intro di “Up Around The Bend” capace, con due sole note, di catapultarti nell’America dei Sixties. Brano epico passato alla storia. Torna il blues con un brano di Arthur Crudup dall’incedere r’n’r e “My Baby Left Me” è andata. Tocca “Who’ll Stop The Rain” che è una piccola perla di rara bellezza per costruzione, quasi un ponte tra passato e nuovo che deve venire. Da un capolavoro all’altro ed ecco la lunghissima (e qui me la rido) “I Heard It Through The Grapvine” già magnifica nell’interpretazione di Marvin Gaye. Qui entriamo nella storia della musica soul e della Motown e la versione proposta dai 4 californiani è di grande spessore. Chiude una delle mie preferire, la soul ballad “Long As I Can See The Light” dove John si cimenta molto bene anche al piano e al sax oltre che a cantare da pelle d’oca. Si chiude qui quello che forse è il più bell’album della band e che, purtroppo, segnerà anche la svolta che porterà allo scioglimento del gruppo. Peccato perché “Cosmo’s Factory” ci aveva mostrato l’abilità di una band di sapersi contaminare coi vari generi dipingendoci uno scenario totalmente americano, con le sue strade sconfinate, le spiagge della California o le immense e piatte distese di granturco. Roba da Creedence Clearwater Revival.

[Antonio Boschi]


Creedence Clearwater Revival – Cosmo’s Factory (1970)

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