Basta la copertina. Per certi dischi basta solo quella e l’acquisto è quasi obbligato. Se poi, in abbinamento ad un cover di assoluta bellezza, troviamo un vero e proprio capolavoro qual è “Déjà vu” (1970, Atlantic – SD 19118) di Crosby, Stills, Nash & Young il gioco è fatto. È la tua giornata fortunata, ragazzo. Lo è stata per davvero in quel pomeriggio diciamo intorno al 1980, più o meno, quando me ne tornai a casa dal Mistral Set con quella busta vagamente psichedelica dell’allora bellissimo negozio di dischi – ancora nella vecchia sede di via Mistrali a Parma – contenente questo robustissimo cartone ad imitazione della pelle che racchiudeva la perla del quartetto californiano. Il mio amore per Neil Young è scoccato con questo disco, da lì ho iniziato a ricercare tutto il possibile del canadese ma, anche di Stephen Stills e di David Crosby. Un po’ meno per Graham Nash nonostante alcuni dischi siano di gran spessore. Ma “Dèjà vu” è “Dèjà vu” e qui ci troviamo al cospetto di uno dei maggiori dischi della storia della musica contemporanea. La partenza è da urlo con la Martin D45 di Stills, in accordatura aperta come suo solito, le voci di CS&N e la Gretsch (sempre Stills) a ricamare prima del coro da pelle d’oca che lancia “Carry On”; una bomba. Subito dopo arriva la pedal steel guitar di Jerry Garcia, geniale leader carismatico dei Grateful Dead, ad introdurci in “Teach Your Children”, la celebre canzone di Nash, delicata e sognante che ci invita all’ascolto del capolavoro dell’amico Crosby, una sorta di dilemma giovanile del tempo sul tagliarsi o meno i capelli e che vede, per la prima volta nell’album, duettare alle chitarre Stills e Young (presumibilmente una Gibson Super 400 per il texano e la celebre Gretsch White Falcon per il canadese) dai tempi magici dei Buffalo Springfield. Registrato in diretta dal quartetto con l’aggiunta del bassista Greg Reeves e del batterista Dallas TaylorAlmost Cut My Hair” è uno splendore di canzone che ha fatto storia. Altro brano epico la delicata “Helpless” che ci fa vedere un Neil Young intimo a ricordare il natio Canada. Una malinconica, tenue ballata con un meraviglioso intreccio vocale che resterà uno dei pochi momenti dove le difficoltà nell’incidere questo album saranno pressoché inesistenti al contrario di tutto il resto. Se, infatti, in “Crosby, Stills & Nash” si creò una tacita gerarchia che prevedeva Stills a capo del gruppo, con la sua volontà di lavorare di sovraincisioni, con l’arrivo di Young questo non fu più possibile e gli screzi e difficoltà che caratterizzarono e caratterizzeranno il rapporto tra i due amici-nemici resero elettrica l’aria. È di un’altra canadese, Joni Mitchell, “Woodstock” che chiude il Lato A di questo album. La Mitchell non poté essere presente al celebre festival e scrisse la canzone dopo aver ascoltato i racconti di Nash, col quale aveva all’epoca una relazione, e l’ha voluta donare al quartetto che ne ha fatto una bellissima interpretazione. Ancora una chitarra acustica in accordatura aperta, questa volta nelle mani di Crosby ci porta alla seconda facciata con la sognante “Déjà vu” dove le voci di Crosby e Nash sanno fare miracoli, mentre la cupa chitarra di Stills e l’armonica di John Sebastian ricamano da par loro. “Our House” risente delle provenienza britannica di Nash, suo autore, e nonostante sia la più orecchiabile non stona affatto all’interno di questo disco. Torna Stills, questa volta in solitario – situazione nella quale sa essere veramente intenso – e il blues “4+20” è un piccolo gioiello che diventerà un classico nei concerti del texano. È il momento di “Country Girl”, secondo brano di Young che si differenzia dalla semplicità dei 3 accordi di “Helpless” con una melodia riccamente strutturata a richiamare sonorità che resero famosi i Buffalo Springfield con bei giochi di chitarre, Hammond, piano, le 4 voci e una sublime armonica nel finale che gioca col cantato di Young. “Everybody I Love You”, con le chitarre di Stills e Young, chiude questo magnifico album. Non era facile bissare il successo dopo CS&N dell’anno precedente ma possiamo dire, senza il dubbio di commettere errori, che l’operazione è riuscita alla perfezione, nonostante le tantissime difficoltà. Sono stati anni quelli, per la musica e per i 4 eroi, indimenticabili, probabilmente irripetibili. Fortunati coloro che li hanno potuti vivere con ancor maggior partecipazione. Io – comunque – mi accontento di sapere che dischi come “Déjà vu” saranno sempre accanto a me, fedeli e meravigliosi come il primo giorno.

[Antonio Boschi]

 

Crosby, Stills, Nash & Young – Déjà vu (1970)
Tag:             

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *