Dave Alvin foto Antonio Boschi

Nella mia vita ho avuto la grandissima fortuna di poter assistere a centinaia di concerti, da spettatore o da organizzatore, e questa è una di quelle cose che non cambierei con null’altro, perché la musica è la mia vita. Concerti belli, bellissimi, ma anche insoddisfacenti (non sempre la ciambella vien col buco, si dice), ma ci sta. So per certo che ogni qualvolta mi sono trovato al cospetto di Dave Alvin il pollice si posiziona verso l’alto, molto in alto. The King Of California è un grande della musica, con quella Fender Stratocaster (sempre e solo quella) aggredita e accarezzata, quell’aspetto alla Joe Strummer della West Coast e con quella voce che se l’è andata a prendere laggiù, a casa del diavolo in persona. Recentemente ho avuto modo di incontrarlo a Lucerna dove si esibiva, nell’omonimo blues festival, assieme al fratello Phil, col quale creò – siamo nel 1979 – il gruppo The Blasters. Un concerto che si è rivelato – ma io lo sapevo (o, meglio, lo speravo) la cosa più bella dell’intero festival che, a ragion di cronaca, è stato di un ottimo livello, ma questi sono di un altro pianeta. Non sbaglia un live David Albert Alvin, classe 1955. Quello che stupisce sono la semplicità e la freschezza delle sue esecuzioni, che ti sembra facile, dici: “prendo la chitarra e lo faccio anche io”. E invece no, mica è facile fare quello che fa lui. Ed è qui che capisci quando uno è un grande, perché suonare come lui mica ci riescono tutti. Come per i bluesmen, quelli veri, che sembra che non sanno fare 2 note in croce e, invece, in croce ti ci metton te. “Interstate City” è un live di Dave coi suoi The Guilty Men, registrato 2 anni dopo il suo capolavoro “King Of California”. Inciso benissimo in due serate texane al Continental Club di Austin questo album è un piccolo gioiellino di roots rock music. Inevitabile partire con un brano dei Blasters, “So Long Baby Goodbye”, che non fa rimpiangere gli originali, quindi si passa alla bella “Out In California”, ballatona texana dell’amico Tom Russell, un po’ sullo stile del Joe Ely di “Letter To Laredo”. Da ascoltare il solo ruspante e diretto, poca roba, ma fatta da dio. “Interstate City” ha un incedere lynchiano, ti aspetti che sbuchi un coniglio dall’immaginario deserto costruito da Dave e la sua band, gran pezzo. Con “Look Out (It Must Be Love)” torniamo al rock’n’roll stile Blasters prima di fare un tuffo verso la Crescent City assieme a “Mister Lee”, col piano di Rick Solem a far le veci del “professore dai lunghi capelli”. La lunga, bella “Thirty Dollar Room” è una intrigante ballata che non sfigurerebbe nel repertorio dei Los Lobos. “Dry River”, che chiudeva “Blue Blvd” – secondo album del 1991 – è resa magnificamente dal vivo, acquistando ulteriore vigore. È il momento di “Museum Of Heart” che ti fa venire la pelle d’oca dalle prime note. Un omaggio al grande Jim Ringer (qualcuno forse si ricorderà il bellissimo album inciso per la Philo “Tramps & Hawkers” o i suoi duetti con Mary McCaslin), qui Dave rifà, benissimo, la sua “Waiting For The Hard Times To Go” che ci introduce ad uno dei momenti clou dello spettacolo, quando arriva un treno carico di folk e blues che sfociano nel rock. “Jubilee Train” è la locomotiva che si trascina importanti vagoni che si chiamano “Do-Re-Mi” e “Promised Land”, ovvero Woody Guthrie e Chuck Berry padri del folk e del R’n’R. Ascoltate il tutto al massimo volume. Brividi assicurati. “Long White Cadillac” è il secondo brano che arriva dal repertorio Blasters, l’aveva rifatta con gran classe anche Dwight Yoakam, qui è da urlo con un grande Greg Leisz alla slide guitar a preparare la strada al solo al fulmicotone di Alvin. Scende la pace, come per incanto, nella sala con “The New Florence Avenue Lullaby” da “Museum Of Heath” del 1993, una defaticante ballad – e dopo la precedente scarica adrenalinica serve – anche perché ci porta alla chiusura dello show e il ritmo torna ad essere travolgente con il rock’n’roll tutto muscoli di “Romeo’s Escape”. Tutti a casa, Dave Alvin ne ha fatta un’altra delle sue e con un disco così il medico può andarsene in pensione. Garantito limone.

Dave Alvin & The Guilty Men – Interstate City (1996)

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