Uno degli artisti più preparati, più colti e più intelligenti – e allo stesso tempo troppo poco considerati – del panorama musicale statunitense è senza ombra di dubbio David Bromberg che, al pari di Ry Cooder, ha saputo ricercare, analizzare e interpretare mantenendo il giusto spirito – e senza risultare un doppione (al contrario del pur bravissimo e fondamentale Stefan Grossman) – la musica tradizionale americana e di matrice anglosassone, arrivando a proporre anche cose più rock e sue composizioni sempre particolarmente interessanti. Come per il californiano Cooder la base di partenza è il grande amore per il blues, poi – nemmeno l’avessero fatto apposta – i due si sono “suddivisi il territorio”, se così si può dire, con il primo che si incammina verso il Messico per arrivare alle Bahamas e Cuba dove si imbarca verso il Mali e l’India, mentre il cantautore di Philadelphia si arrampica verso le vette degli Appalachi a riscoprire quei suoni che dalla vecchia Europa (Gran Bretagna su tutte) porterà alla nascita del folk bianco e della country music fino al rock’n’roll. Ho scoperto Bromberg quasi per caso, ascoltando – quindicenne (o giù di lì) – il triplo album “The First Great Rock Festivals Of The Seventies/Isle Of Wight/Atlanta Pop Festival” che racchiudeva esibizioni di Allman Brothers, Jimi Hendrix, Johnny Winter, Poco, Mountain, Chambers Brothers, Sly & The Family Stone, Cactus, Ten Years After, Procol Harum, Leonard Cohen, Kris Kristofferson e Miles Davis. E poi c’era questo cantante/chitarrista che solo con la chitarra interpretava una bellissima canzone intitolata “Mr. Bojangles”. Ecco che scoccò immediatamente la scintilla. Poco dopo mio fratello portò a casa “My Own House” e me lo fece ascoltare. Pur senza il celebre brano di Jerry Jeff Walker il disco era bello anche se l’ascolto risultava un tantino difficile per un ragazzino attratto – in quel periodo – dai suoni più elettrici di Bowie, Who, Led Zeppelin e via discorrendo. Ma il seme era stato piantato ed iniziò a germogliare di lì a poco e la grande passione mi portò ad acquistare la mia copia del disco (a casa mia siamo arrivati ad avere anche 3 copie dello stesso disco, come “Quah” di Kaukonen, che poteva girare sullo stereo di mamma e papà, di mio fratello Paolo e sul mio). Oggi, quando voglio ascoltare un disco di questo geniale e simpatico polistrumentista, ho sempre un dubbio tra il primo omonimo album, il seguente “Demon In Disguise”, il doppio dal vivo “How Late’ll Ya Play ‘Til?” e “My Own House”. Spesso la scelta cade su quest’ultimo che considero tra i più bei dischi della storia della musica, con una prima facciata assolutamente perfetta. Uscito nel 1978 per la Fantasy Records (F-9572) è in parte registrato negli studi di proprietà dell’etichetta a Berkley o ai Record Plant di Sausalito e parte live al The Inn Of The Beginning di Cotati, sempre in California. Oltre a Bromberg, impegnato alla voce, chitarra e violino troviamo George Kindler al mandolino e violino e Dick Fegy (1950-2001), anch’esso a mandolino, violino e banjo. La partenza a 3 violini col tradizionale scozzese “My Own House” che si trasforma in un toccante medley in “Hangsman’s Reel” è di quanto meglio ci si possa aspettare. Bromberg entra con la sua #Martin D45 con un bellissimo giro di chitarra old time e lo strumentale decolla definitivamente verso le coste britanniche, nonostante il secondo brano provenga dalla tradizione franco-canadese. È ancora un medley, questa volta di tipica origine statunitense che ci regala una delle più belle interpretazioni dei traditional “Don’t Let Your Deal Go Down/Roanoke/Possum Up A Gum Stump/Mississippi Sawyer”. Una interpretazione chitarristica e canora di altissima qualità e intensità, degna del miglior #DocWatson con i 3 artisti che sanno scambiarsi il testimone alla perfezione in questi 5.32 minuti live a dir poco meravigliosi. Il grande Arthur Blind Blake – uno dei principali bluesman della storia – viene omaggiato alla perfezione con la bellissima “Early This Morning” dove il fingerpicking di Bromberg è ricco di personalità come il brano pretende. Sublime nella sua semplicità. Dalla verdi terre delle Shetland ci giunge la malinconica ballata intitolata “Sheebeg And Sheemore” già nel repertorio dei magnifici Boys Of The Lough, qui in una toccante versione per sola chitarra, ma consiglio l’ascolto dal primo album del gruppo guidato dai grandi Ali Bain e Dick Gaughan. Si torna lungo le sponde del Mississippi e, imbracciata una chitarra 12 corde, il buon David ci propone una veloce versione di “Cocaine Blues”, celebre brano di Luke Jordan. Chiude la prima facciata una delle più belle esecuzioni del brano di Phil Spector “To Know Her Is To Love Her”. Che sia un grandissimo chitarrista è fuori discussione ma, personalmente, trovo che Bromberg sia anche un fantastico cantante, con quella voce un po’ nasale e con quel vibrato che sa controllare alla perfezione. Il finale assolo di slide è una piccola perla. Il lato B si apre con un grande classico “Georgia On My Mind” che si divide tra chitarra e Dobro a tratti molto hawaiano. Non ho mai amato particolarmente questo brano, anche se questa versione strumentale lascia il segno. Molto meglio, però, il fingerpicking nervoso col quale Bromberg ci presenta una versione live di “Chump Man Blues”, ancora dal repertorio di Blind Blake. All’epoca per noi italiani ascoltare certo blues non era una banalità e, soprattutto, non era per nulla facile. Tony Trischka e Pete Wernick erano i banjoisti dei celebri Country Cooking dai quali Bromberg assimilò questa toccante versione del fiddle tune “Kitchen Girl”, chiaro esempio di old time music suonata divinamente e col banjo clawhammer del compianto Dick Fegy in grande risalto. Ma quando Bromberg imbraccia la sua Martin in solitudine è capace di regalare attimi di musica paradisiaca come nella seguente interpretazione di “Spanish Johnny”. Perfetta in ogni attimo, questa malinconica ballata arriva dall’amico Paul Siebel, songwriter di Buffalo, col quale ha inciso un album “Live At McCabe’s” assieme a Gary White ed uscito sempre nello stesso anno. Sempre blues, questa volta di Blind Boy Fuller, e “Black And Tan” ci conferma Bromberg come magistrale interprete di black music. Chiude l’album l’unico brano che non proviene dal passato ed, anzi, è una nuova composizione di David eseguita in solitario con una chitarra questa volta elettrica. Non so quanto questa “Lower Left Hand Corner Of The Night” possa essere inserita all’interno di questo progetto, ma è un dettaglio irrilevante e le cinque stelle (se 5 è il massimo) questo disco le merita tutte. Se ne potessi aggiungere una ulteriore lo farei con grandissimo piacere.

[Antonio Boschi]


David Bromberg – My Own House (1978)

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