Ogni qualvolta mi chiedono qual è per me il disco più bello di tutti – lo so, è una domanda sciocca e banale, ma a noi appassionati di musica piace e farla e riceverla – io non ho indugi e con grande certezza rispondo: “If I Could Only Remember My Name” di David Crosby. Qui mi permetto di fare un’ulteriore divagazione consigliando a chi non lo avesse di cercare il vinile, possibilmente americano, poiché l’incisione è di altissima qualità, nulla a che vedere con la versione in CD, nemmeno dopo la re-masterizzazione del 2006. Il disco originale arrivò nei negozi nel febbraio del 1971 (Atlantic SD 7203) e registrato quasi tutto al 245 Hyde Studio C di Wally Heider a San Francisco, capitale indiscussa della psichedelia. Il disco fu prodotto dallo stesso Crosby che si era fatto il nome per la sua presenza nei Byrds prima, e nel supergruppo formato assieme a Stephen Stills, Graham Nash e Neil Young dopo, ed ebbe come ingegnere del suono Stephen Barncard. Il disco, oltre ad essere di una bellezza cristallina, sanciva ed era testimone di una sorta di funerale di un movimento pacifico, vogliamo anche utopico, che aveva lasciato un profondo segno nella musica col suo approccio aperto, sperimentatore e collaborativo. Non a caso in questo album troviamo a partecipare col baffuto Croz la crema della musica californiana di quel periodo. Membri dei Grateful Dead, dei Jefferson Airplane, gli stessi Nash e Young, Joni Mitchell, Gregg Rolie, David Frieberg e altri amici parteciparono a questa grande festa della musica. Capolavori come “Cowboy Movie”, dove Jerry Garcia regala momenti sublimi assieme ai suoi compari Phil Lesh, Michey Hart e Bill Kreutzmann, oppure “Laughing”, una canzone magica e perfetto simbolo di un’epoca, per non parlare “What Are Their Names”, improvvisazione strumentale e vocale (che vede duettare Garcia e Young con le loro chitarre, mentre un coro composto – tra gli altri – da Grace Slick con Paul Kantner, Garcia e la Mitchell porta la canzone a vette estreme) sono un esempio di immensità compositiva. I giochi di voce di Crosby (le conclusive “Orleans” e “I’d Swear There Was Somebody Here” sono da manuale), le sue accordature aperte nell’uso tutto personale della chitarra regalano ancora oggi, a distanza di 46 anni, momenti di pura magia e intelligenza creativa. Manifesto sonoro, assieme all’altro capolavoro “Blows Against The Empire”, della scena controculturale statunitense e, allo stesso tempo, il più sognante rito collettivo della psichedelia americana.

David Crosby – If I Could Only Remember My Name (1971)

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