David Essig – Stewart Crossing, foto Antonio Boschi, WIT Grafica & ComunicazionePur non essendo un nome tra i più celebri David Essig non dovrebbe essere un estraneo per gli attenti appassionati di musica di casa nostra. Nome tra i più quotati della scuderia Appaloosa, l’etichetta milanese con la quale Essig incise 7 album in un periodo compreso tra il 1984 e il 1998, e non era difficile trovarlo su un qualche palco in festival o piccoli club in quegli anni. Pur essendo nato a Frederick, nel Mariland, è annoverato tra i musicisti canadesi di maggiore interesse. La vita negli States gli stava stretta, lui che era nato in quella zona degli Appalchi importante incrocio nel sentiero indiano sulle rotte verso Chesapeacke e spartiacque del fiume Ohio, dove la musica tradizionale era cosa seria. Il giovane David aveva provato a proporsi alle varie etichette ma la sua musica risultava essere troppo tradizionale, legata al bluegrass e al blues delle origini, sue grandi passioni enormemente accresciute dopo aver conosciuto Mississippi John Hurt e John Duffey durante la sua partecipazione al Newport Folk Festival del 1963. Con il celebre mandolinista prima dei Country Gentleman e poi con i Seldom Scene naque un bellissimo rapporto di amicizia e da lui apprese molte informazioni sull’uso del mandolino e della chitarra facendosi notare nei vari club della zona dove usava esibirsi. Ma la svolta avvenne quando nel 1971 si recò ad Huntsville, in Ontario, a trovare la sorella che qui si era trasferita alcuni anni prima e rimase affaascinato dallo stile di vita, perfetta per un solitario che amava proporre musica tradizionale senza vincoli dettati dalle classifiche di vendita, e non tornò più a casa. Il Canada era ancora una terra dove c’era ampia libertà di movimento in questo ambito e, perciò, nel 1978 Essig divenne a tutti gli effetti cittadino canadese. Inizia a farsi conoscere nell’ambiente e partecipa al folk festival di Mariposa, il celebre evento che dal 1961 propone il meglio della musica popolare mondiale, e nel 1973 fa il suo debutto discografico con l’ottimo album “Redbird Country” e nello stesso anno fonda la Woodshead Records con la quale inciderà il seguente “High Ground” (1975) e questo “Steward Crossing” dell’anno dopo. L’album si presenta con le bellissime fotografie dello stesso Essig che troviamo in copertina e nel retro che ci raccontano l’inverno canadese, che riemerge parzialmente tra le 11 tracce di questo incantevole prodotto discografico registrato nel giugno del ’76 agli MSR Productions di Hamilton, sempre nell’Ontario. Un disco che ha mantenuto tutta la sua freschezza, con atmosfere acustiche o semi-acustiche che risentono tantissimo delle influenze statunitensi con blues e folk bianco capaci di andare all’unisono in una perfetta amalgama di suoni grazie anche al contributo di Alan Soberman al basso, Bill Usher alla batteria e percussioni e Chris Whiteley all’armonica e tromba più l’occasionale partecipazione di un allora sconosciuto Dan Lanois alle percussioni. Nove undicesimi dei brani escono dalla penna di David Essig e l’album inizia con la bella title track, sorta di country blues che potrebbe richiamare alcune delle migliori composizioni di David Bromberg e che gioca su dei pacati fraseggi acustici con il lavoro di Whiteley in bell’evidenza. “Pretty Polly” è il riarrangiamento di un antico traditional, un’attualissima murder ballad che ha fatto parte del repertorio di tantissimi grandi artisti. In questa versione, voce e autoharp, Essig ci regala un’eccellente e toccante interpretazione. La seguente “Lord, We Loved Her” è una magnifica ballata ad ampio respiro che da sola vale l’acquisto di questo disco. Una canzone di quelle senza tempo, antesignana del genere “Americana” largamente in anticipo sui tempi. Anche “Broken Promises” lascia il segno che ci porta alla prima delle cover, “Fisherman’s Choice” dal repertorio (pare) di Sam McGee, dove la chitarra 12 corde di Essig omaggia l’old-timer di Franklyn, Tennessee e, allo stesso tempo, Leo Kottke, altro grande esponente della 12 corde, anch’esso accreditato tra i compositori del brano che si porta via la prima facciata con gran classe. Il lato B si apre con un altro blues intitolato “Grease Is Cheaper Than Parts” che non sfigurerebbe in uno dei primi album di Ry Cooder. La ballata “Mexico Suite” è la mia favorita di tutto l’album. Brano dalla grande intensità, degno dei migliori songwriter, come se Townes Van Zandt e John Prine avessero deciso di comporre un brano assieme, per intenderci, dove la voce e la sola chitarra bastano a rendere grandiosa una canzone. Quando a metà brano iniziano ad entrare altri strumenti, sempre in punta di piedi, il brano si trasforma e diventa sublime. “Cowboy Lullabye” è un brano anch’esso molto bello, sempre borderline come il precedente, ma molto più country, da sotto le stelle davanti ad un bel falò, che fa tanto Far West. “Me & Willie/Buddies In The Saddle” viene proprio dalle colline degli Appalachi in questo unione di forze tra il brano scritto da Essig che ben si amalgama con quello attribuito alla Carter Family. Anche “On My Mind” ha un andamento piacevolmente country, stile Nitty Gritty, che ci riporta dove tutto ha avuto inizio, quindi alla reprise di “Stewart Crossing” che assume le sembianze di un gospel e che saluta tutti. Un album molto interessante, completo e maturo per un artista che andrebbe riscoperto e che è stato sempre in grado di regalarci ottime atmosfere, mantenendo intatte nel tempo le sue passioni per la musica delle radici.

[Antonio Boschi]


David Essig – Stewart Crossing

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