Non ho mai avuto una grande considerazione per Eric Clapton o, almeno, non in proporzione alla fama creata attorno a questo bravissimo chitarrista di Ripley, piccolo villaggio nel Surrey, 24 miglia a Sud-Ovest di Londra. Ovvio che considero Slowhand un musicista di spicco nel panorama musicale mondiale, capace di fare cose meravigliose, soprattutto nel suo primo periodo con gli Yardbirds, coi Bluesbreackers di John Mayall, coi grandi Cream e anche nel progetto Blind Faith, grazie anche – se non soprattutto – a chi aveva di fianco in tutte queste esperienze che fanno parte della storia. Diciamo che come chitarrista – ma è un opinione personale dettata dal gusto – ha avuto colleghi certamente meno fortunati ma di livello superiore, in quanto a groove e pathos trasmesso, non giudico in alcun modo la tecnica. Nel 1970, dopo le esperienze giovanili con Yardbirds, Mayall e la fine dei Cream e del supergruppo con Winwood, Baker e Grech, Eric Patrick Clapton frequenta la band sudista Delaney & Bonnie, con la quale inciderà “On Tour With Eric Clapton” ed inizierà a frequentare le atmosfere di quelle terre musicalmente magiche. Il suo suono inizia ad avere una involuzione, diventa quasi accademico, scontato a differenza di quanto regalato fino a pochi mesi prima. Però ha modo di conoscere gli ottimi Carl Radle (1942-1980), bassista di gran classe, lo sfortunato batterista Jim Gordon e il talentuoso tastierista Bobby Whitlock coi quali, ed insieme a tantissimi altri grandi artisti, inciderà il primo album a suo nome uscito per la Atco e prodotto dallo stesso Delaney Bramlett. La buona amalgama che si forma con la band fa sì che i tre lo seguiranno a Miami dove, ai celebri Criteria Studios, vedrà la luce, quasi inaspettatamente, uno dei dischi leggenda della musica. Sotto la guida di Tom Dowd, produttore degli Allman Brothers il quartetto si chiuse negli studi della celebre città della Florida ma, vuoi l’uso esagerato di cocaina e la forse scarsa vena creativa, le sessions vanno a rilento e il suono è piatto e fiacco. Ed ecco che succede l’imprevisto che cambierà la storia di questa nuova band, ancora senza nome, tra l’altro. A Miami si esibiscono gli Allman e Duane Allman, saputo che uno dei suoi idoli è in città, ottiene da Dowd il permesso di entrare negli studi. Qui avviene un incontro – inizialmente formale – che scaturirà in una vera e propria esplosione musicale. Dopo aver jammato assieme, Clapton chiese a Duane di partecipare attivamente alle registrazioni e dagli iniziali due brani si arrivò ad 11 su 14. Allman in quel tempo era forse il miglior chitarrista in circolazione, al pari di Hendrix, capace di implementare il proprio suono con accenti blues, country e influenze degli amati John Coltrane e Miles Davis. Suonava d’impeto e ogni cosa acquistava ulteriore valore. I due trovarono immediatamente un’affinità micidiale e meravigliosa che viene trasmessa nelle note di quel gran disco che prenderà il nome di “Layla And Other Assorted Love Songs” a firma di Derek & The Dominos. Un disco ricco di blues che parte con i 3 brani senza la presenza di Allman, ovvero “I Looked Away” seguita dallo slow “Bell Botton Blues” e “Keep On Growing”, buoni brani, di classe e ben suonati, ma è quando entra la Gibson di Duane che le cose cambiano. Basta la bellissima versione di “Nobody Knows You When You’re Down And Out”, celebre brano di Jimmy Cox, per dare la sveglia e mettere tutti sull’attenti. Clapton intuisce di aver in squadra un vero talento, la cosa un po’ lo spaventa ma, intelligentemente, capisce che non può rinunciare ad una occasione talmente ghiotta. Si chiude così la prima facciata del primo dei due vinili che compongono questo album. Tocca a “I Am Yours” è un brano acustico dall’incedere quasi hawaiano, e la slide del biondo chitarrista regala delicate atmosfere. In “Anyday” possiamo assistere a bellissimi scambi chitarristici tra i due nuovi amici prima di entrare nella stupenda “Key To The Highway”, dal repertorio di Big Bill Bronzy, che qui diverrà la celebre versione copiata e ripresa da tantissimi, fino al grande Derek Trucks, unico a poterla interpretare con il giusto spirito. La terza facciata si apre con un altro classico del repertorio di Clapton: “Tell The Truth” e dalla velocissima e quasi acida “Why Does Love Got To Be So Sad” che fa da perfetto apripista al famoso brano di Billy Miles, e reso celebre dal texano Freddie King, “Have You Ever Loved A Woman” che qui tocca il paradiso. La Fender Stratocaster di Clapton lavora di fino preparando la strada alla magica slide di Allman che, sorniona, si impossessa della scena in un crescendo angelico. Brano epico, una delle vette assolute per il chitarrista inglese. La quarta facciata inizia con l’omaggio al grande idolo dei due, Jimi Hendrix, del quale riproporranno una inusuale versione di “Little Wing”. Era impensabile (e poco intelligente) rifarla nella nota versione del mancino di Seattle, quindi applausi per la scelta. Peccato che lo stesso Hendrix non abbia mai potuto ascoltarla, poiché morì pochi giorni dopo la registrazione della sua canzone. Il brano di Chuck WillisIts Too Late” è forse il meno convincente e ci accompagna a quella che forse è, invece, la più celebre composizione di Clapton: “Layla”. Nella versione iniziale era un romantico brano che, però, pareva incompiuto, fino a che il geniale Duane non inventò uno dei più famosi riff della storia e tutto cambia. La canzone si trasforma, a Clapton non resta che stare a guardare, limitandosi a cantare (assai bene) e a coprire la parte di chitarra ritmica mentre il leader Skydog costruiva giochi di sovraincisioni con la sua chitarra. Il capolavoro era pronto da spedire nella storia. L’album si chiude con una delicatissima e romantica “Thorn Tre In The Garden” con Bobby Whitlock alla voce che accompagna tutti agli ultimi giri della puntina tra i bellissimi solchi di questo album. L’album uscì il 9 novembre per la Atco, pochi giorni prima del ventiquattresimo compleanno di Duane Allman che perirà 11 mesi dopo nello sfortunato incidente motociclistico all’incrocio tra Hillcrest Avenue con Barlett Street a Macon, Georgia divenuta sede della band da lui fondata assieme al fratello Gregg. Unico rammarico fu che Clapton al tempo non rese piena giustizia al grande chitarrista della Florida. Rimane, a noi appassionati, la celebre frase con la quale Duane rispose a insistenti domande: “Io suono la Gibson ed Eric la Fender, se sapete riconoscere il suono di una Gibson e di una Fender capirete chi suona la solista”.

[Antonio Boschi]

 

Derek & The Dominos – Layla And Other Assorted Love Songs (1970)

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