Doc Watson On Stage, foto Antonio Boschi, WIT Grafica & ComunicazioneArthel Lane “Doc” Watson non è semplicemente un chitarrista di acoustic music americana ma, quasi sicuramente, una delle principali figure tra tutti coloro che dalla metà dello scorso Secolo si sono cimentati nella profusione della musica popolare statunitense, fosse essa di origine bianca quanto nera. Questo non vuol dire che fosse tecnicamente il più bravo (anche se…), a mio giudizio era il più naturale, colui che aveva costruito una perfetta fusione col proprio strumento, che fosse una chitarra acustica o un banjo. Come tanti italiani sono arrivato a conoscere e a capire la vera essenza della musica popolare americana di matrice bianca – quindi per semplicità catalogabile come Old-Time e, successivamente, Bluegrass – grazie a quel monumentale lavoro ideato dalla country-rock band Nitty Gritty Dirt Band che risponde al nome “Will The Circle Be Unbroken” che, nel 1972, riunì una serie di nomi fondamentali nel panorama bluegrass e country-western americani (sconosciuti alla maggior parte di noi italiani). Questo triplo album, che ci catturò un po’ tutti anche solo dalla copertina, comprendeva anche Doc Watson ma di lui ben poco si sapeva fino a che, un bel giorno di fine ’78, sulla copertina de Il Mucchio Selvaggio capeggiò l’ennesimo disegno di Valerio Marini raffigurante un barbuto Doc Watson dall’aspetto di un tenebroso predicatore. All’interno cinque – dicansi cinque (erano avanti quelli del Mucchio) – pagine magistralmente redatte da Pierangelo Valenti che per la prima volta fecero conoscere a noi comuni mortali il personaggio Watson e da lì in casa Boschi si accese l’ennesima scintilla che ci portò alla ricerca (mio fratello soprattutto) dei dischi di questo interessantissimo artista dalla voce magnetica. Nato a Deep Gap – nella Contea di Watauga nel North Carolina – il 3 marzo del 1923 il giovane Doc perse l’uso della vista all’età di un anno per una infenzione agli occhi e il conseguente “pastrocchio” causato da inopportuni “erboristi fai da te” che finirono irrimediabilmente il lavoro iniziato dall’infezione. Restava l’ennesimo bimbo menomato tra le colline del Great Divide, in quei monti Appalachi che a quel tempo erano una delle aree rurali ancora culturalmente incontaminate e dove la musica popolare aveva le più importanti radici storiche. Da subito il padre General Dixon Watson (che bizzarro nome) e la madre Annie Greer capirono che anche questo figlio aveva una naturale propensione per la musica, d’altronde la loro era una famiglia particolarmente dedita alla musica, col capofamiglia capocoro alla Mount Parrish Baptist Church, il fratello Arnold banjoista mentre un altro dei fratelli, David, suonava il violino. La famiglia si riuniva la sera a cantare e suonare salmi e l’evoluzione musicale del giovane Arthel fu rapida, passando dalle prime armoniche fino ad un rudimentale banjo costruito dal padre per arrivare alla chitarra. Se si esclude un breve periodo “elettrico” nel quale Doc si esibiva con una band hillbilly l’intera, lunghissima carriera di Watson è stata improntata su di un repertorio di musica popolare suonata sia in fingerpicking che – soprattutto – flatpicking style. Dopo aver usato chitarre Martin passò alle Gallagher, siamo nel 1968, che usò fino alla fine dei suoi giorni (Doc è spirato il 29 maggio del 2012). Non si contano le collaborazioni con i principali artisti del genere ma sono le registrazioni effettuate in compagnia del figlio Merle (1949-1985) a lasciare il segno. Eddie Merle Watson nacque dall’unione con Rosa Lee Carlton, figlia del popolare “fiddler” Gaither, e si dimostrò immediatamente un grande chitarrista tanto da debuttare appena quindicenne sull’album “Doc Watson & Son” del 1965. Tra le registrazioni effettuate da padre e figlio questo “Doc Watson On Stage” è uno di quegli album che maggiormente mi hanno colpito per bellezza e naturalezza del suono. Non sembra di essere al cospetto di un mostro sacro della chitarra, piuttosto si viene catapultati nell’intimità del salotto di casa sua ad assistere ad una amichevole lezione di musica americana, dalle popolari ballate ai blues sempre e – comunque – con la grande umiltà e personalità che hanno sempre contraddistinto il buon Doc. Doppio album ci presenta 24 brani di assoluta bellezza tra i tanti traditional come l’iniziale “Brown’s Ferry Blues”, la trascinante “Billy In The Low Ground”, vera palestra per chitarristi flatpicking, “I Am A Pilgrim” che è sempre una grande canzone, “Bank Of The Ohio”, “Roll On Buddy”, “Wabash Cannon Ball”, “Little Saddie” e le conclusive spettacolari “Salt River/Bill Cheatham” e “Don’t Let Your Deal Go Down” che ha indubbiamente inspirato la versione di David Bromberg che possiamo ascoltare nel suo capolavoro “My Own House”. Ma Doc ci mette anche farina del suo sacco, e con “Doc’s Guitar” e “Southbound” ci fa capire di fronte a quale grande artista ci troviamo. E poi ci sono i blues come “Spikedriver Blues” dove il fingerpicking di Mississippi John Hurt rivive in tutta la sua bellezza, così come nel traditional riarrangiato “Deep River Blues” o nella stupenda “Jimmy’s Texas Blues” dal repertorio di Jimmy Rodgers. Un album uscito per l’etichetta Vanguard Records (VSD 9-10) che raccoglie il meglio di concerti tenuti alla Cornell University e al The Town Hall di New York nel 1970. L’album è stato ristampato anche in CD con l’esclusione del brano “Movin’ On” del cantautore canadese Hank Snow. Un disco imperdibile per chi ama la musica acustica, fondamentale per avvicinarsi a questo grande chitarrista. Perciò se entrate in un negozio e vi chiedono se siete entrati per comperare “Doc Watson On Stage” la risposta corretta è: «Elementare, Watson!»

[Antonio Boschi]


Doc Watson – On Stage (1971)
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