Non sono mai stato un grande amante dei Doobie Brothers, per nulla, ma “Toulouse Street” è un buon disco, devo ammetterlo. Bisogna fare un preciso distinguo su questa band, nata sul finire dei sixties sotto il sole californiano di San Jose nei pressi di quella San Francisco che in quegli anni era la capitale indiscussa della psichedelia. Esiste una versione dei Doobie Brothers pre e post Michael McDonald, il cantante e tastierista vera sciagura per la band che sotto la sua guida è diventata l’icona pop e commerciale fatta di furbesche invenzioni per guadagnare il maggior numero di dollari (operazione, per giunta, completamente riuscita). Se pensiamo che fino a quel punto, ovvero fino a “Stampade”, quinto disco della band, al piano sedeva Bill Payne, celebre co-fondatore dei mitici Little Feat, possiamo immaginare a quale catastrofe sonora stava avvicinandosi la band californiana. Ma, tornando al lato positivo e piacevole, la band nasce da un primo nucleo formato dal chitarrista e cantante Tom Johnston e dal batterista John Hartman che, ispirandosi al suono dei Moby Grape (molto in voga nel periodo) cercavano una propria identità che arrivò assieme ai nuovi componenti quali il bassista Dave Shogren e, soprattutto, del secondo chitarrista e cantante Patrick Simmons. La band iniziò a farsi amare per il suo sound tipicamente americano tanto che i bikers locali li assunsero quali beniamini. Nel 1971 vide la luce il primo album per la Warner, ricco di ballate acustiche con influenze country che non incontrò grandi apprezzamenti. Differente sorte per il seguente “Toulouse Street” uscito nel luglio del 1972 – sempre per l’etichetta con sede a Burbank – che portò il nome Doobie Brothers in vetta alle classifiche grazie ad alcune gemme divenute immortali come “Listen To The Music” che apre l’album. La formazione aveva subito dei mutamenti con l’ingresso della seconda batteria di Michael Hossack e il cambio al basso col talentuoso Tiran Porter in sostituzione di Shogren presente in soli due brani. Aggiungete Payne al piano e Hammond ed una ricca sezione fiati e il gioco è fatto. Dopo l’hit che sarà il principale bis in ogni concerto arriva “Rockin’ Down The Highway”, come la precedente uscita dalla penna di Johnston, che sta tra i Creedence e i Little Feat, con un bel gioco chitarristico basato su un buon riff e su un breve solo ben suonato. “Mamaloi” è un delicato e solare brano a firma Simmons, con una chitarra acustica che ha un sapore zeppeliniano di “Going To California”. Sempre acustica, ma più intima (e british) la bellissima “Toulouse Street” (ancora Simmons), un omaggio alla celebre strada di New Orleans. “Cotton Mouth” è una cover di un brano del duo texano James Seals & Dash Crofft qui in versione R&B. Sempre verso la musica di origine afro-americana la seguente “Don’t Start Me To Talkin’”, di Sonny Boy Williamson che ha una costruzione ispirata ai classici blues dell’Allman Brothers Band guidata da Dickey Betts. Tocca, poi, ad uno dei brani più belli, il gospel di Arthur Reid Reynolds “Jesus Is Just Alright” dove la band mescola le tante influenze in un brano dai due volti: veloce e rockato nella parte iniziale, lento, intenso ed intimo nella seconda dove il blues contaminato dai suoni elettrici di CSN&Y elegge di diritto questa canzone ad una tra le più belle di tutto il repertorio della band. Fondamentali anche gli interventi all’Hammond da parte di Bill Payne. Tre brani ancora dalla mente di Johnston chiudono il disco, la delicata “White Sun”, ballata senza tempo col preciso fingerpicking di Simmons che ci accompagna alla più rocciosa e lunga “Discipline” dall’andamento southern. Chiude il blues acustico “Snake Man”, omaggio incondizionato al country blues del Mississippi col solo Johnston e la sua chitarra. Un buon disco per una band che aveva senza dubbio delle valide frecce al proprio arco, capace di regalare ancora buona musica per un paio di anni prima di cadere nel baratro dell’ovvietà e dello star business.

[Antonio Boschi]


Doobie Brothers – Toulouse Street (1972)

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