Fairport Convention, foto Antonio Boschi

La perdita di una voce come quella di Sandy Denny (1947-1978) avrebbe potuto mettere in ginocchio qualsiasi band, invece i Fairport Convention riuscirono brillantemente a sopperire all’abbandono della bravissima cantante londinese. Siamo nel 1970 ed è appena uscito l’album “Liege & Lief” – terzo disco inciso in quel magico 1969 dal gruppo – considerato un po’ da tutti come la vetta massima non solo della band, ma di tutto il folk-rock britannico. L’equilibrio interno al gruppo non era certamente un punto di forza dello stesso, composto da grandissimi musicisti capaci di passare da picchi artistici notevoli ad altrettanto notevoli tonfi, per poi resuscitate come l’araba fenice. Oltre alla Denny se ne va anche uno degli originali fondatori, il bassista Ashley Hutchings rimpiazzato da Dave Pegg, mentre alla bionda cantante si preferisce non contrapporre nessuno lasciando al talentuoso chitarrista Richard Thompson e al violinista-mandolinista Dave Swarbrick il peso di sostenere tutte le parti vocali. Ebbene, la scommessa è vinta e nell’estate di quell’anno vede la luce “Full House”, il quinto album di questa eclettica band che è stata capace di creare un genere musicale che, partendo dalle ballate della tradizione d’Albione, si univa coi suoni californiani di band come i Jefferson Airplane e alle nuove istanze del rock a stelle e strisce. Il 1970 è anche l’anno della prima tournée statunitense e la formazione che si imbarca per la traversata transatlantica vede, oltre ai succitati Thompson, Pegg e Swarbrick, Simon Nicol alle chitarre, dulcimer e cori e il batterista, percussionista Dave Mattacks. Dai concerti tenuti al L.A. Troubadour nelle sere del 4 e 6 settembre sono tratte le 10 tracce che compongono “House Full” uscito nel 2001 per l’etichetta Island (IMCD 289/586 376-2) che è un derivato del “L.A. Troubadour” del 1970 riuscito nel 1986 con alcune piccole modifiche. Questo album mette in risalto la bravura dei Fairport Convention anche dal vivo, con vette elevatissime sia d’intensità che di carattere. La partenza con “Sir Patrick Spens” è adrenalinica e la chitarra di Thompson inizia subito a graffiare. “Banks Of The Sweet Primroses” è una bellissima ballata che sa di Inghilterra e della sua verde campagna. Il violino di Swarbrick si lancia ai duemila in una trascinante “The Lark In The Morning Medley” che ci introduce in un o dei capolavori (per me) assoluti della musica del XX Secolo: “Sloth”. Il brano si dipana per oltre 11 minuti con un inizio delicatissimo dove la voce di Thompson disegna una melodia in minore meravigliosa mentre, sotto, gli strumenti iniziano a marciare aumentando di intensità fino ad arrivare ad un solo chitarristico acidissimo, al quale si unisce un demoniaco violino, di una energia che difficilmente riesce a trovare rivali. Dopo la tempesta arriva la calma che chiude questo brano capace di stenderti nel vero senso della parola, ancora meglio della pur bellissima versione in studio apparsa su “Full House”. Dopo tanta meraviglia solo un gran pezzo come “Staines Morris”, la danza di metà XVII secolo col suo tradizionale incedere, poteva reggere e riportarci sulla terra. Da “Liege & Lief” possiamo apprezzare in versione live la bellissima “Matty Groves”, uno dei più chiari esempi dell’intento della band di unire rock e folk popolare con intelligenza. “Jenny’s Chickens/The Mason’s Apron” è un velocissimo medley strumentale che è in forte contrasto con la Scottish Pipe Tune “Battle Of The Somme” con tutta la sua drammaticità e il rispetto per i morti nelle trincee nella Piccardia francese. Il ritmo torna ad essere incandescente col violino che vola in “Bonnie Kate/Sir McKenzies”, anch’esse strumentali, che ci accompagnano verso la chiusura dell’album con brano Calypso di Haitiana origine “Yellow Bird” che ti spiazza e ti dice arrivederci alla prossima.

[Antonio Boschi]

Fairport Convention – House Full (1970)

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