Grand Funk Railroad – Caught In The Act (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Volete ricevere una adrenalinica iniezione di energia? I Grand Funk Railroad fanno al vostro caso e il live “Caught In The Act” un ottimo rimedio. Band statunitense – unica forse assieme ai Mountain – a cercare di rispondere allo strapotere britannico in termini di rock, con evidenti venature hard e blues, ha ottenuto un successo che molto probabilmente va ben oltre i propri meriti, ma il numero di dischi venduti tra il 1969, anno di debutto con la presenza davanti alle 250 mila persone dell’Atlanta Pop Festival, e il 1976 parla chiaro, anche se non vuol dire nulla (anche Queen e U2 hanno venduto tantissimi dischi e mi fermo qui). Originariamente si trattava di un terzetto nato a Flint, città capoluogo della Contea di Genesee nel Michigan, che picchiava duro con la batteria di Don Brewer, il robusto basso di Mel Schacher e la chitarra tra le sicure mani del vocalist Mark Farner. Dietro a questo terzetto di capelluti ragazzi della provincia americana c’era un DJ di una radio di Detroit che li aveva visti all’opera agli inizi della loro carriera. Terry Knight, questo è il nome, fiutò immediatamente l’affare e inizio a lavorare alacremente per loro, divenendo il loro manager e facendo ottenere alla band un contratto discografico con la Capitol Records, uno dei principali colossi nel mondo discografico. Senza accorgersi di aver firmato un contratto capestro i Grand Funk Railroad – nome che arriva dalla Grand Trunk Railroad, linea ferroviaria che attraversava la loro città – si misero sul finire del ’68 al lavoro iniziando ad incidere le tracce per “One Time” il loro album di debutto che vedrà la luce nell’agosto dell’anno successivo ottenendo un grandissimo successo immediatamente imitato dal seguente “Grand Funk” che conteneva parte delle registrazioni effettuate nei tre giorni che servirono per fare l’album d’esordio. Amplificatori al massimo volume e via pedalare, e siamo solo a dicembre del 1969 con due dischi di platino. Non c’è tempo per respirare e nel ’70 “Closer To Home”, e anche questo sarà uno dei più venduti dell’intera carriera del trio. Intanto Knight, che ha capito come girano le acque, nei mesi di giugno e luglio investe 100.000 dollari per una immensa campagna pubblicitaria a Time Square, dove i volti dei 3 componenti capeggiano in una immensa gigantografia che copre tutta la facciata del Wax Museum. La mossa, azzecatissima, è una ulteriore spinta alle vendite e vedrà uscire il bel “Live Album”, summa del loro ruvido rock blues, seguito nel 1971 due nuovi album, “Survival” prima e successivamente “E Pluribus Funk” seguiti da “Phoenix nel 1972 registrato a Nashville e dove farà la sua apparizione il tastierista Craig Frost oltre al violinista Dough Kershaw. Ma è proprio il tastierista, che diverrà di fatto il quarto membro dei Grand Funk Railroad, la grande novità del periodo che vedeva degradarsi i rapporti con Knight fino a giungere alla conseguente definitiva rottura tra cause e controcause. Il gruppo continuava per la sua strada ma il suono stava inevitabilmente cambiando, seguendo per la prima volta l’onda, nonostante l’uscita dell’album manifesto “We’re American Band” inciso ai mitici Criteria Studios di Miami con la produzione di Todd Rundgren ed uscito nel luglio del 1973. Il suono tende a diventare sempre più radiofonico, si perde quella violenza che aveva contraddistinto i primi anni e, nonostante tutto, si arriva al 1975 che vede l’uscita di questo secondo album live, forse l’ultimo vero colpo di coda per la band. Il doppio vinile racchiude alcuni dei principali successi dei precedenti anni più una manciata di cover tra cui il R&B di “Some Kind Of Wonderful” del soul man John Ellison, la celebre “The Loco-Motion” composta da Carole King e Gerry Goffin per Dee Dee Sharp, la lunga “Inside Looking Out”, resa celebre dagli Animals di Eric Burdon e la conclusiva “Gimme Shelter”, una delle più belle canzoni uscita dalle penne della coppia Jagger/Richards con le vocalist Funketters Group in bella evidenza. Ma sono soprattutto i brani della band preferita da Homer Simpson a regalare le maggiori soddisfazioni, o almeno una parte di essi. L’iniziale Footstompin’ Music” scalda subito la platea con basso e batteria che pestano di brutto, e l’Hammond che prepara la strada a Farner, alla sua voce e alla chitarra. “Rock & Roll Soul” sono 4 minuti di grinta pura che ci portano alla bella “Closer To Home” con un bel riff chitarristico iniziale. La canzone, forse la mia preferita, è un mix di influenze. È come se i primissimi Doobie Brothers si fondessero con la miglior Marshall Tucker Band (quella di “Where We All Belong”, per intenderci) per poi trasformarsi nella rocciosa band che accompagnava Lou Reed nel live “Rock’n’Roll Animal”. Il brano confluisce nell’hit “Heartbreacker”, bella ma che alla fine si lascia un po’ troppo andare a inutili virtuosismi, adatti più ad un pubblico di metallari. Ci sono anche “Shinin’ On”, “Black Licorice” l’interessante “The Railroad” la ritmata “We’re An American Band” e “T.N.U.C.”, ma le altre cartucce erano senz’altro meglio caricate. Un album questo “Caught In The Act” piacevole da ascoltare, ma è difficile abusarne e la grande fama e successo ottenuto dal gruppo non li considero del tutto meritati.

[Antonio Boschi]


Grand Funk Railroad – Caught In The Act (1974)

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