La miglior rock band di sempre? Domanda complicatissima, ma per me la risposta è e rimane sempre una: Grateful Dead. Qualcuno storcerà il naso, se vogliamo possiamo anche dire che forse – e ripeto forse – non sono tecnicamente i più bravi, certamente non i migliori sotto l’aspetto vocale, ma prendendo la globalità delle cose che hanno fatto, per come l’hanno fatto e per quello che ancora oggi rappresentano per una vasta fetta di pubblico non riesco a scalzarli (e manco voglio farlo) da quel gradino più alto di un illusorio ed inutile podio. La musica non è competizione, sono sentimenti che colpiscono l’anima e come Young, Cooder, Dylan e Allman i Dead sono quelli che hanno marchiato a fuoco la mia di anime. E a me basta questo. Scrivere la storia di questa monumentale band sintetizzando in poche righe è perlomeno difficoltoso poiché le cose fatte da questo gruppo di amici californiani sono così numerose e considerevoli che risulta difficile scegliere cosa sia più importante nella loro carriera. Forse l’unica risposta sensata è affermare che la punta massima sono stati i migliaia di concerti che la band ha tenuto fino a quel maledetto fatidico 9 agosto 1995, giorno nel quale morì Jerry Garcia (1942-1995), mente, guru e padre putativo dei Grateful Dead ma, anche, di un intero movimento che partendo dalle esperienze degli Acid Tests e della psichedelia è sfociato nel filone JamBand. Ma i Dead sono molto di più poiché la band formatasi a metà anni ’60 a Palo Alto aveva nelle proprie corde blues, country, jazz, bluegrass, rock che vengono analizzati, tagliati, deformati e ricuciti creando nuova sconcertante materia una volta trasferitasi a San Francisco. Se in studio i tempi ingabbiano le canzoni nei corti minutaggi imposti dalle case discografiche è negli interminabili spettacoli live che la band riesce ad esprimere tutti i propri sentimenti in lunghissime cavalcate lisergiche (agli inizi) capaci di coinvolgere e calamitare a sé il sempre numerosissimo pubblico. La grandezza di Garcia è stata anche quella di voler registrare ogni concerto e, oggi, abbiamo la possibilità di poter accedere a tanto di quel materiale di altissima qualità che decidere quale disco dei Dead ascoltare è un tal dilemma che è inutile pensarci. Il live più famoso è indubbiamente il mitico “Live Dead”, un gigante per il periodo che racchiudeva, in un doppio LP del 1969, quella che forse è stata l’apoteosi psichedelica. Sei lunghissimi brani con la più bella versione di “Dark Star”, uno dei simboli dei Dead, e una versione del blues “Death Don’t Have No Mercy” dove il solo di Garcia risulta per me uno dei più alti momenti della musica di tutti i tempi. Ma uno degli album che ho maggiormente amato è il terzo album live ufficiale uscito nel 1972, un solo anno dopo il famoso “Skull & Roses”, che raccoglieva il meglio della tournée europea del 1972 (recentemente è uscito un mastodontico cofanetto di 73 CD che racchiude tutte le date di quella primavera nel Vecchio Continente). “Europe ‘72” (Warner Bros. 3WX 2668), questo è il titolo del triplo album, ci regala estratti dei concerti svolti a Londra, Copenaghen, Parigi ed Amsterdam. Nella band figurava ancora uno stanco ed ammalato Ron “Pigpen” McKernan (1945-1973), anima blues del gruppo con la sua particolare voce e l’Hammond al quale si affiancò a supporto il pianista Keith Godchaux (1948-1980) arrivato assieme alla moglie Donna, backing vocalist, mentre non c’è più Mickey Hart (che tornerà in seno alla band nel 1974) che lascia nelle mani di #BillKreutzmann tutto il peso della parte percussiva. Fortuna sua che a supportarlo c’è uno dei migliori bassisti, quel Phil Lesh vero innovatore dello strumento. Come frontman a fianco di Garcia e della sua magica chitarra il giovane del gruppo – Bob Weir – che ha saputo imporsi sia come songwriter che come cantante e, soprattutto, come chitarrista ritmico, capace di costruire melodie perfette per permettere al vero leader di compiere i voli pindarici sulla tastiera della sua chitarra. Il suono della band aveva già avuto una prima trasformazione con il riavvicinamento alla tradizione statunitense che sbocciava dai bellissimi “Workingman’s Dead” e il seguente “American Beaury”, entrambi usciti nel 1970, e il suono che emerge dai solchi di questi 3 vinili potrebbe apparire più orecchiabile del precedente “Live Dead” ma contiene delle melodie e delle costruzioni di una bellezza intramontabile. C’è ancora tanto blues, come nell’iniziale “Cumberland Blues”, nella classica e magnifica “I Know You Rider” o in “Hurts Me Too” di Elmore James dove troviamo Garcia impegnato nell’insolito uso della slide. Non mancano gli episodi ancora legati alla psichedelia e alla sperimentazione, sempre presenti nei vari anni, qui con la bellissima “Truckin’” che sfocia in “Epilogue” per poi diventare “Prelude” ed infine trasformarsi nella fantastica rivisitazione del brano di Bonnie Dobson e Tim Rose “Morning Dew”, una delle vette massime del disco. E, allora, se parliamo di capolavori non possiamo non citare “Jack Straw” oppure “Ramble On Rose”, “He’s Gone” e “Tennessee Jed”, veri episodi di grande musica per una band all’apice del successo, capace di portare il proprio pubblico in un interminabile viaggio nella tradizione statunitense, nel rock e nella più spericolata sperimentazione. Perché loro sono i veri, originali ed inimitabili Grateful Dead.

[Antonio Boschi]


Grateful Dead – Europe ’72 (1972)

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