Jerry Garcia Band (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Gli americani vanno ghiotti per le statistiche, allora eccomi a darvi alcuni numeri per cercare di farvi capire un po’ meglio il personaggio Jerry Garcia (1942-1995) che, lo avrete capito, amo particolarmente, forse più di chiunque altro.
3.086 concerti dal 1965 al 1995, data della sua prematura morte, 568 differenti brani interpretati, questo sia con la sua band storica, ovvero i Grateful Dead, che nelle varie versioni della Jerry Garcia Band (acoustic oppure electric) o dei progetti come Old & Un The West e le collaborazioni col mandolinista David Grisman. È fuori di discussione il suo amore per la musica, per il voler stare su un palco, oltre che per l’acido lisergico del quale era un grande estimatore. Un genio della musica, sempre alla ricerca di nuovi stimoli nelle varie musiche popolari (non solo americane), che potevano andare dal brano degli Appalachi al canto delle lavoratrici della Romania, canzoni delle quali studiava l’armonia per trarre ispirazione se non la re-interpretava direttamente. Nato a Oakland, sulla costa est della baia di San Francisco, nel 1942 da padre spagnolo e madre irlandese, Jerome John Garcia perse in dito medio della mano destra all’età di 4 anni mentre giocava col fratello Clifford (scomparso lo scorso 12 settembre). Questo grave incidente non gli impedì di concentrarsi sulla musica e, dopo aver iniziato a suonare il pianoforte, all’età di 15 anni scambiò una fisarmonica che gli fu regalata con una prima chitarra elettrica Danelectro. A 18 anni abbandona la scuola, presta servizio nell’esercito e conosce Robert Hunter che diverrà uno dei principali parolieri dei Dead. Nel frattempo il giovane Jerry si appassiona al banjo a 5 corde, strumento fondamentale nel bluegrass e suonando nell’area metropolitana di San Francisco inizia a conoscere le persone con le quali formerà la sua prima vera band, i Warlocks iniziando a partecipare ai primi Acid Test organizzati da Ken Kesey che apriranno le porte della percezione nella mente di Garcia. L’evoluzione della band si materializza nella nascita dei Grateful Dead dei quali “Captain Trip” (come veniva chiamato) era indubbiamente il leader carismatico. Ma una sola band non bastava al vulcanico chitarrista che, nel frattempo, iniziava a dilettarsi anche con la pedal steel guitar (è sua in “Teach Your Children” nell’album “Déjà vu” di CSN&Y), e a prestare la propria arte ad altri artisti, su tutte da segnalare le ficcanti apparizioni in lavori dei Jefferson Airplane, David Crosby, David Bromberg, nella colonna sonora del film di Michelangelo Antonioni “Zabriskie Point”, New Riders Of The Purple Sage e Bob Dylan. Quest’ultimo ha una immensa stima nei confronti di Garcia (si dice che il neo premio Nobel volesse diventare un membro dei Dead ma che fu rifiutato) e mi viene da affermare che lo stesso Garcia lo si possa considerare come l’unico che possa permettersi di re-interpretare le canzoni di Dylan, cosa che accadeva spesso sia coi Dead che nelle altre varie formazioni. Come coi Dead – e ne abbiamo una conferma leggendo i dati numerici iniziali – la forma “live” era certamente la più consona per un musicista volto all’improvvisazione, quindi è normale che i suoi dischi in studio siano in numero inferiore rispetto ai numerosissimi live che si possono trovare in commercio oppure scaricabili dalla rete. La genialità di Garcia fu anche nell’aver registrato ogni prestazione, lasciano ad ogni concerto uno spazio riservato per i vari “tapers” con la filosofia che ogni canzone una volta suonata dev’essere di tutti. Nell’estate del 1990, dopo alcune variazioni, la Jerry Garcia Band fece un tour primaverile dalla quale scaturirono le registrazioni per questo omonimo album uscito l’anno seguente per la Arista (07822-18690-2). Ad accompagnare l’eclettico chitarrista troviamo il fido bassista John Kahn, il colossale (in tutti i sensi) hammondista Melvis Seals, David Kemper alla batteria e le due brave coriste Jackie LaBranch e Gloria Jones. Un’esplosione di musica dove Garcia unisce tutte le sue influenze derivate dal massiccio e continuo ascolto di blues, folk, rock, jazz, country and western, creando un suono personalissimo – ormai suo celebre marchio di fabbrica – e capace di dare ai brani anche altrui una sua personalità. I brani vengono dilatati come da consuetudine e la fluida chitarra di Garcia colpisce al cuore in 15 memorabili performances per 140 minuti di musica su 2 CD. Nessun brano dei Dead appare ad eccezione di “Deal” che chiude il primo set che inizia con una versione dall’andamento leggermente reggae del classico di Smokey Robinson “The Way You Do The Things You Do”. “Waiting For A Miracle” è di Bruce Cockburn e la band gira già a mille. Il primo omaggio a Dylan (saranno tanti) è “Simple Twist Of Fate” che arriva da quel capolavoro intitolato “Blood On The Tracks”. La dolcezza di questa interpretazione è quasi mistica e la magnifica Rosebud, la chitarra costruita dal liutaio Doug Irwin, regala un suono liquido e cristallino sotto le dita del canuto artista. Un salto verso New Orleans per omaggiarne uno dei suoi re: Allen Toussaint con la sua “Get Out Of My Life” e restiamo nel Sud degli States col gospel “My Sisters And Brothers” (Charles Johnson), magnifica con le due coriste in grande risalto. Solo The Band può permettersi di fare una versione di “I Shall Be Released” che possa competere con questa. Oltre nove minuti di pura poesia con l’Hammond di Seals che crea un magnifico tappeto mentre Garcia canta come un Dio in terra. Arrivano i Beatles dal loro “bianco” capolavoro con “Dear Prudence”, che qui diventa una dilatata cavalcata quasi lisergica di rara bellezza con chitarra e organo che si scambiano i ruoli di protagonista. “Deal” è un classico nel repertorio di Garcia ed era impossibile sbagliarla. Versione molto bella, più veloce che in altre occasioni e grande lavoro ancora da parte di Seals. Tutta la migliore essenza del reggae viene estrapolata da una trascinante “Stop That Train” di Peter Tosh che ci porta con allegria nell’ennesimo capolavoro firmato Dylan, ancora da “Blood On The Tracks” e che risponde al nome di “Señor”. Qui, signori, siamo su un altro pianeta, l’apoteosi della musica, la pace dei sensi raggiunta grazie alla JGB che, tutta assieme, regala una gemma di caratura senza prezzo. Un guizzo nel barrio losangeleno per una briosa versione di “Evangeline” dei Los Lobos da “How Will The Wolf Survive” per, poi, tuffarsi nell’ennesimo capolavoro, questa volta a firma Robertson. Una canzone che ha fatto storia, una di quelle che ha influenzato tantissimo la carriera di Garcia e dei Dead ritornando, sull’onda del lavoro svolto da The Band, ai suoni delle origini. La storia di Virgil Cane è magnificamente raccontata dalla JGB e questa “The Night They Drove Old Dixie Down” brillerà di una luce speciale sotto i colpi di chitarra di Garcia e il magnifico assolo all’Hammond di Seals. Pelle d’oca garantita. Commander Cody ci aveva fatto conoscere “Don’t Let Go”, brano di Jesse Stone qui riproposto in una kilometrica versione di quasi 18 minuti dove Garcia si perde nei suoi beati e sognanti deliri psichedelici mentre Kahn sotto è un vero mantice e una certezza per il band leader. Mentre “That Lucky Old Sun” ci arriva dagli anni ’40 – quando a Tin Pan Alley si produceva sul serio e questa versione da manuale, con le coriste bene in risalto e Seals ancora sugli scudi – torniamo al 1975 con la conclusiva “Tangled Up In Blue”, terzo brano da “Blood On The Tracks”, che ci accompagna tra ripetuti assoli di totale beltà alla conclusione di un concerto e un disco tra i più belli di sempre. Non so quante volte i due dischetti abbiano girato nel mio lettore ma, ogni volta, non vedo l’ora che ci possa essere una prossima. E una ancora, e ancora.

[Antonio Boschi]


Jerry Garcia Band – Jerry Garcia Band (1991)

5 pensieri su “Jerry Garcia Band – Jerry Garcia Band (1991)

  • 13 ottobre 2017 alle 8:49
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    Come Dead Head di ferro chiaramente apprezzo moltissimo l’articolo. Mi limiterei a segnalarti che Bob Dylan ha vinto il Nobel, non l’Oscar.

    Rispondi
    • 13 ottobre 2017 alle 8:55
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      Cavolo, che svista… hai ragione Giovanni… correggo subito!!!
      Un abbraccio

      Rispondi
      • 30 ottobre 2018 alle 19:15
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        No, ha vinoto pure l’Oscar, con Things Have Changed, come miglior pezzo originale. A parte questo mi sono imbattuto nel tuo sito e come dire, rooba da tornare ragazzini con le figurine, ce l’ho mi manca ce l’ho…condivido la malattia deaddiana in pieno, solo per dire quando purtroppo Jeyy se ne è andato chi mi conosce mi ha fatto le condoglianze!
        Bellissimi articoli, da vero appassionato, un piacere leggerli, anche se mi costringi a cambiare disco spesso, spiluccando qua e la stimoli ascolti random!
        ciao
        Francesco

        Rispondi
        • 4 novembre 2018 alle 8:56
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          Bello avere “malattie” come questa in comune. Ascoltare musica di qualità aiuta a vivere meglio.
          Un abbraccio e grazie

          Rispondi
  • 1 novembre 2018 alle 14:10
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    Ciao, no ha visntio anche l’Oscar con Things Have Changed come miglior canzone originale, diavolo d’uomo. Condivido passione deaddiana, noto con piacere che abbimo gli stessi dischi e cd, tonnellate invero visto che anni fa facevo anche tape trading e poi cdr trading con amici negli usa…mi manca la statuetta dell’uncle sam!
    ciao
    francesco

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