Capita che nasci nel cuore delle piantagioni del Deep South in Louisiana, ti trasferisci prima in Mississippi e successivamente, ancora bimbo, a Memphis dove scopri il rock’n’roll ed inizi ad esibirti, te ne vai in Germania a studiare e ti laurei in Massachusetts poi, come un fulmine a ciel sereno, il postino ti consegna la cartella della chiamata alle armi che, nel 1966, significava partire per il Vietnam, verso l’ennesima stupida guerra (sempre che ce ne siano di intelligenti). È quanto capitato a Jesse Winchester (1944-2014) che, senza pensarci più di tanto, se ne parte e raggiunge il Canada dove inizia una nuova vita nel tranquillo Quebec. Qui, oltre ad imparare il francese, inizia a farsi conoscere per le sue doti di chitarrista con varie esperienze, non tutte del tutto positive, ma che servono al buon James Ridout “Jesse” Winchester Jr. per incontrare persone giuste, come il grande Robbie Robertson già divenuto famoso con The Band, e l’avventura ha inizio. Il chitarrista canadese ascoltò del materiale registrato nel seminterrato di una chiesa su di un nastro Ampex e lo portò ad Albert Grossman, il celebre manager particolarmente attivo sulla scena folk (lo fu di Bob Dylan dal 1962 al 1970), che diede l’ok per far debuttare il giovane e talentuoso songwriter col suo primo album intitolato semplicemente “Jesse Winchester” prodotto dallo stesso Robertson e che vedeva Todd Rundgren nel ruolo di ingegnere del suono ed uscito, originariamente, per la Ampex Records. Un album di debutto di tutto rispetto e che vede al proprio interno la partecipazione di artisti come lo stesso Robertson alla chitarra, il compianto Levon Helm (1940-2012) al mandolino e, ovviamente, alla batteria (alla quale si alternava con David Lewis e Guy Black), Ken Pearson alle tastiere, Al Cherney al violino oltre a David Rea che si divideva tra chitarra, vibrafono e seconda voce. Buona la prima, come spesso accade, e questo album ci presenta questo nuovo talentuoso cantastorie ed il suo primo progetto discografico che viene ristampato dall’etichetta canadese Bearsville (anche questa edizione difficilmente rintracciabile) e seguentemente dalla Rhino (1970, RNPL 70885). “Payday” apre le danze col suo ritmo rock blues tra chitarra, forse un po’ troppo effettata e piano, che fa da apripista alla bella “Biloxi”, delicata ed acustica ballata d’amore dedicata a New Orleans. “Snow”, composta assieme a Robbie Robertson, ritorna all’elettrico e, senza strafare, sa rendersi piacevole. Molto più intensa e conosciuta “Brand New Tennessee Waltz” – che darà il titolo ad un album di Jim Rooney del 1980 (Appaloosa) e sarà ripresa anche da Joan Baez e dagli Everly Brothers – è un valzer col violino di Cherney in bella evidenza, mentre Jesse ci regala la sua bella voce. Chiude l’interessante “That’s The Touch I Like” che ci riporta ad un rock con le tipiche cadenze della Louisiana. Il grande Tim Hardin (1941-1980) si innamorò di “Yankee Lady” e la volle incidere nel suo “Painted Head” del 1972 ed è facile capirne il perché. Per nulla male nemmeno la seguente ed elettrica “Quiet About It” che non risente del tempo in fatto di melodia con Robertson ben riconoscibile nel solo alla chitarra elettrica. “Skip Rope Song” potrebbe essere meglio, non convince l’esecuzione anche se l’intelaiatura è gradevole. Anche “Rosy Shy” potrebbe essere meglio, risente forse un po’ troppo del tempo trascorso mentre “Black Dog” vive di luce propria e con la sua languida atmosfera si erige tra le migliori dell’intero album. Chiude i 36 minuti di questo disco “The Nudge”, puro rock’n’roll che stringe l’occhio ai Beatles del periodo. “Jesse Winchester” non è certamente uno dei dischi fondamentali, di quelli che non puoi farne a meno, ma chi ha avuto la fortuna (o l’accortezza) di acquistarlo al tempo ha certamente fatto un investimento a lunga durata.

[Antonio Boschi]


Jesse Winchester – Jesse Winchester (1970)

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