Uno dei più grandi songwriter degli ultimi 30 anni, John Hiatt, spegne tra pochi mesi le 30 candeline per “Bring The Family”, quel capolavoro che lo ha visto incidere, assieme a Ry Cooder, Jim Keltner e Nick Lowe, alcune delle più belle canzoni di fine ‘900 e trampolino di lancio per una carriera di altissimo spessore. Dalla voce inconfondibile e dall’arguta penna il cantautore di Indianapolis ha visto le proprie canzoni riprese da artisti dalla fama stellare, ma sono soprattutto le sue interpretazioni che hanno lasciato il segno. Con una vita non certamente facile alle spalle e una carriera che stentava a decollare ha saputo tenere duro e, dopo esperienze non particolarmente brillanti e tantomeno fortunate con le etichette MCA e Geffen, arriva il passaggio alla A&M e il meritato successo. “Bring The Family” è un capolavoro, uno di quei dischi che tutti dovrebbero avere. È di una bellezza disarmante, intenso, sofferto, soffertissimo. C’è tutta la tragedia di quegli anni, delle morti che lo hanno scarnificato nell’anima ma poi – fortunatamente – il sereno è tornato nella casa del Tennessee dell’allora trentaseienne John Robert Hiatt e anche la sua musica ne risente. Non ci sono più le atmosfere di “Have A Little Faith In Me” o di “Alone In The Dark”, non ci sono nemmeno più Cooder, Lowe e Keltner ma arrivano i Gooners e il suono diventa più rilassato e strizza l’occhio al country, ma “Slow Turning” è un gran disco ugualmente, leggermente minore al precedente, ma anche questo da 5 stelle. Alla chitarra troviamo un altro asso della slide, nessun paragone con Cooder sia ben chiaro, ma Hiatt ha saputo contenere gli inutili e spesso fastidiosi “esuberi” chitarristici di Sonny Landreth che ci omaggia di momenti di grande musica, anche se non oso immaginare cosa sarebbe potuto diventare questo album col chitarrista californiano. “Drive South” apre le danze. Ballata acustica con la batteria di Ken Blevins a dettare i tempi mentre Bernie Leadon (Flyin’ Burrito Brothers, Eagles) regala interventi con dobro, banjo e mandolino. Quest’ultimo lancia anche “Trudy And Dave” ancora acustica e qui entrano con convinzione la bella slide guitar di Landreth e il preciso Fender bass di David Now Ransom. Una canzone dalla linea semplice, ma è proprio in questi frangenti che emerge la bravura di un artista nel saper rendere grande una cosa semplice. “Tennessee Plates” risente delle atmosfere più nere e rock del disco precedente, la classica canzone da provincia americana della quale non potremo mai farne a meno. Dopo questo trittico è il momento di una delle perle del disco: “Icy Blue Heart”. Straordinaria ballata dai toni notturni, dove la voce di Hiatt è capace di regalare brividi a non finire. La seguente “Something Other Than Now” sa tanto di Sud e “Georgia Rae”, che chiude la prima facciata dell’album, mette in luce il pregevole lavoro all’Hammond di James Hooker. Una grintosissima “Ride Along” apre rockeggiando il secondo lato subito seguita dall’autobiografica title track che ne segue le orme anche se il banjo di Leadon gli da un tocco country rock. Tocca a “It’ll Come To You” riportarci nel profondo Sud con una delle tipiche ballate a marchio Hiatt, di quelle che vorremmo sempre sentire. Ancora di più la pianistica “Is Anybody There?”, per me la più bella di tutto questo “Slow Turning”. Una canzona dall’atmosfera gospel col coro sul ritornello di una dolcezza rara mentre la voce di Hiatt ti dice a chiare lettere “sono il migliore”. Hammond, Wurlitzer e una bella chitarra fanno il resto. Sale l’adrenalina con “Paper Thin”, rock al punto giusto – un po’ alla Mellecamp – e adatta ad accompagnarci alla fine del disco coccolati tra le braccia della stupenda “Feels Like Rain”, altro brano da pelle d’oca. Intimo e delicato, con quel bel gioco tra una tremolante chitarra alla Pops Staples e il piano elettrico che ci portano dritti verso New Orleans. Questo Slow Turning, prodotto da Glyn Johns (va sottolineato) è un signor disco e Hiatt continuerà, negli anni, a sfornare ottimi prodotti. Prendete nota, e se vi manca correte dal vostro negoziante di fiducia. Fatevi un regalo. Un grande regalo.

[Antonio Boschi]

 

John Hiatt – Slow Turning (1998)
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