Scrivere di Johnny Cash (1932-2003) mica è cosa semplice. Ci vorrebbe una vita e, forse, manco basta, per quante cose ha fatto questa testa dura dal cuore tenero. Mi è venuta voglia di ascoltarlo mentre ero in chat con l’amico Davide De Blasio che è a letto col mal di schiena. Se penso al mal di schiena penso al mio, o a Neil Young che a causa  di questa poco simpatica patologia ci ha fatto “Harvest”, ma il vecchio “Loner” l’ho ascoltato ieri e non posso entrare nel mio trip youngiano altrimenti divento “molesto” come dice Vale. Ma Davide mi fa venire in mente il country e certa musica americana della Sun e, bingo, The Man In Black ci casca a pennello, anche perché è proprio Davide che ha creato la pagina “I’m a Johnny Cash Fan” su Facebook (cercatela e interagite con lui). Ma cosa ascoltare di Cash? Un tempo avrei detto con certezza assoluta il famosissimo live “At Folsom Prison” registrato 13 gennaio 1968 nel noto penitenziario californiano. Ma oggi? Oggi è tutt’altra cosa perché dopo l’uscita dei volumi della serie American Recording la scelta posso dire, per me, essere obbligata. Confesso di non essere mai stato un fan sviscerato di Cash, c’era qualcosa in lui e nella sua musica (quella che son riuscito ad ascoltare perché tra dischi ufficiali, compilation, live e quant’altro sono usciti più di 100 album del cantautore dell’Arkansas) che non mi finiva del tutto, che lo rendeva non simpatico, anche un po’ razzista e bifolco cosa che – invece – non era. Diciamo un personaggio dalla difficile interpretazione, capace di toccare il cielo e dopo poco andare a farsi una mano di poker col diavolo. Etichettato come un country man aveva, invece, lo spirito più blues, più rock e più punk di tanti bluesmen, rocker e punkettari coi soldi. Johnny sapeva essere vicino ai deboli, ai carcerati, agli alcolizzati, ai pellerossa, a chi stava male e a chi aveva subito ingiustizie. Era più bluesman che country man, ma nessuno lo diceva. Era un pazzo scatenato, ma conosceva la vita e l’aveva presa per le corna come un toro. Ha preso botte da orbi, di quelle che non ti rialzi neanche con la gru, ma lui lo ha fatto. Fino alla fine. Anzi, proprio alla fine ha avuto quella che per me (ma non credo solo per me) è stata la sua vera esplosione, che lo ha portato ad essere simpatico a tutti, anche a quelli che lo criticavano. E l’incontro con il produttore Rick Rubin, certamente non uno dell’ambiente folk, ha fortemente aiutato il lavoro di Cash che stava vivendo il peggiore momento artistico della sua carriera, scaricato dall’industria di quella macchina da soldi che è la Nashville mille luci. Rubin ha preso Cash e gli ha dato carta bianca, lasciandogli fare Johnny Cash, cosa che dovrebbe essere stata abbastanza logica. In un arco di tempo che va dai primi mesi del 1994 fino all’anno della sua morte ha registrato un  numero impensabile di canzoni, ben oltre le 200 e solo una parte sono finite su disco. Ha registrato di tutto, quello che gli piaceva, fossero brani suoi, della sua tradizione, o cose di altri, proprio di tutto, ma con uno spirito e con una tale grandezza che non si può nemmeno parlare di cover. Sono canzoni, bellissime, di Johnny Cash, punto (ascoltatevi la versione di “The Mercy Seat” di Nick Cave su “American III: Solitary Man”, un capolavoro). “American VI: Ain’t No Grave” è l’ultimo album della serie, registrato nell’estate 2003 e uscito (23 febbraio 2010) ben dopo la morte del suo autore. Un disco toccante, 10 canzoni di grande spessore, una bibbia minore con la voce dell’uomo in nero che da lezione a tutti. Basta l’iniziale “Ain’t No Grave (Gonna Hold My Body Down)” a mettere a tacere chiunque. Una versione da pelle d’oca di questo brano scritto dal reverendo pentecostale Claude Ely – nato a Puckett Creek, quattro case in Virginia nel pieno degli Appalachi – qui resa cupa e drammatica in modo mirabile grazie anche al contributo degli Awett Brothers. Anche il brano di Sheryl Crow” “Redemption Day” sa metterti al tappeto col suo suono scarno e sarà così fino alla fine ad iniziare dall’omaggio all’amico Kris Kristofferson che avrà avuto modo di gioire nel sentire la sua “For The Good Times” diventar così bella. Dopo la sua “I Corinthians 15:55”, ultimo brano composto prima di lasciarci, Cash ci regala la bella “Can’t Help But Wonder Where I’m Bound” di Tom Paxton, chitarra, voce, piano e organo di Benmont Tench. Non serve altro se sei Johnny Cash. Porter Wagoner aveva conquistato la vetta delle classifiche quasi cinquant’anni prima con “A Satisfied Mind”, ma la versione di Cash, più asciutta e drammatica, secondo me è addirittura meglio. “I Don’t Hurt Anymore” è una bella ballata dal sapore country di frontiera e ci porta in un territorio adatto alla seguente “Cool Water”, rilettura intensa di un celebre brano dei Sons Of ThePioneers. La canzone contro la guerra “Last Night I Had The Strangest Dream” era passata da Joan Baez e Simon & Garfunkel” prima di finire su questo album, mentre la dolce e malinconica finale “Aloha Oe” è stata scritta nella seconda metà del XIX Secolo da Lili’uokalani – che forse non dirà nulla a nessuno, ma è stata l’ultima regina delle Hawaii – interpretata e resa celebre dal Re del Rock’n’Roll Elvis Presley e in questa versione sembra il sommesso saluto che Johnny Cash ha voluto dare al suo enorme pubblico prima di lasciare questa terra. Ma come canta nella title track “Non c’è tomba che possa contenere il mio corpo” e Johnny Cash sarà sempre vivo in noi e immortale la sua musica.

[Antonio Boschi]

 

Johnny Cash – American VI: Ain’t No Grave (2010)

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