Kaleidoscope – When Scopes Collide (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)A volte ritornano. Non è sempre un bene, anzi molto spesso le reunion lasciano quel senso di amaro in bocca ai fan che vedono svanire un sogno. Non è il caso per l’eccentrica e intrigante band californiana Kaleidoscope che riesce con questo “When Scopes Collide” a dimostrare che non tutte le cartucce a loro disposizione erano state esplose nei pur brevi anni d’oro. Indubbiamente non l’album più bello e carismatico, ma con alcuni spunti degni di quella grandissima attenzione che, purtroppo, non hanno mai inspiegabilmente avuto, se non molti anni dopo. La band si formò nel 1966 quando il mago degli strumenti a corda David Lindley, il cantante dalla particolarissima voce baritonale ed esperto di strumenti etnici Solomon Feldhouse, il bassista, chitarrista e compositore Chris Darrow, il tastierista Chester Crill (che userà vari preudonimi tra cui Max Buda e Templeton Parcely) e il batterista John Vidican, decisero che era giunto il tempo di presentare il loro repertorio fatto di folk statunitense, musica etnica dell’Est europeo, rock’n’roll, psichedelia e tutto quanto la fornitissima dispensa di spezie musicali poteva offrire. Una band antesignana della Word Music che Jimmy Page, non uno a caso, definì “la mia ideale e favorita band di tutti i tempi”. Dopo l’uscita del bellissimi album “Side Trips” (1967), “A Beacon From Mars” (1968), “Incredible! Kaleidoscope” (1969) seguì il più debole “Bernice” (1970) che sancirà lo scioglimento della band che avrà una sporadica reunion 6 anni dopo e dalla quale uscirà questo album considerato minore ma che – credo di non sbagliare – chiunque sia appassionato di musica e abbia buon orecchio potrebbe definire un gran disco, non solo fatto da ottimi strumentisti quali sono i 5 componenti dei Kaleidoscope. A suffragio di ciò basta ascoltare la meravigliosa ed iniziale “Ghost Riders In The Sky”, una vera lezione di come si possa costruire o – ancora meglio visto il caso – re-interpretare un brano noto. La celebre song – scritta nel 1948 dall’autore di brani western Stan Jones (1914-1963) e che faceva parte del repertorio di illustri nomi tra cui Elvis, Johnny Cash, Peter, Paul & Mary, Dean Martin, Tom Jones e via dicendo – vive di luce propria in questa interpretazione, diventando un vero capolavoro con le chitarre di Darrow e Lindley (qui accreditato come De Paris Letante), il basso e l’oud (sorta di liuto dell’antica Persia) di Stuart Brotman, la batteria di Paul Lagos e la meravigliosa voce di Feldhouse che regala brividi impagabili. Segue la mediorentale melodia di “Canun Tune”, quaranta secondi nei quali Feldhouse va alla ricerca delle proprie origini turche che ci portano, improvvisamente, a “You Never Call Me” dove la voce di Darrow è perfettamente in sintonia con l’anima r’n’r del celebre brano di Chuck Berry. “Little Egypt” è ben diversa dall’interpretazione del brano della coppia Leiber & Stoller che Elvis incise nel 1962 con, ancora, Feldhouse sugli scudi. Si torna verso le aree del Medioriente con “My Love Come Softly” che profuma di spezie orientali a non finire mentre “You Love” ci riporta immediatamente negli USA con le sue atmosfere tra il country e il soul. Chiudeva la facciata del vinile (Pacific Arts, PAC 102) una rivisitazione del brano di Duke Ellington “Black And Tan Fantasy” che si trasforma con le sue armonie klezmer – soprattutto grazie ai violini di Crill – in una bellissima melodia dell’Est Europa. Dalla penna di Chris Darrow ecco “Hard To The Trail” che ci riporta coi piedi nel vecchio West seguita da un brevissimo intermezzo di meno di un minuto con la gudulka (strumento a corde bulgaro) di Brotman e il doumbek (antico strumento a percussione dell’Africa e Asia) di Feldhouse che ci regalano “Stu’s Balkan Blues” prima della bellissima versione del traditional “Man Of Costant Sorrow” che, con l’arrangiamento di Darrow, assume una cupezza che la riporta alle probabili origini irlandesi di fine Ottocento. Magnifica anche la seguente “It’s Love You’re After”, lungo brano etnico-psicedelico di Feldhouse costruito su un perfetto tappeto sonoro di strumenti etnici suonati tutti con competenza e capaci di intersecarsi l’un l’altro creando atmosfere oniriche di pregevole intensità emotiva. Chiude l’album un brano del grande Allen Toussaint, “So Long”, pace per i sensi, pura American Music fatta con classe e gusto, ideale testimonianza di uno tra i più preparati gruppi al quale non mancavano certamente fantasia e coraggio in quel finire degli anni ’60. Un album da cercare assolutamente questo “When Scopes Collide” dei Kaleidoscope.

[Antonio Boschi]


Kaleidoscope – When Scopes Collide (1976)

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