Dietro questo disco dei Led Zeppelin, il secondo della famosissima band inglese, c’è una simpatica storia che mi riguarda e che voglio raccontarvi. Correva l’anno 1972 e mio fratello Paolo, grande appassionato di musica (aggiungerei anche grande chitarrista e figura fondamentale nella mia formazione musicale), allora quindicenne, comprò questo album e inevitabilmente – e fortunatamente, come si faceva tutti a quell’età – iniziò ad ascoltarlo in ogni momento possibile. Fu un fulmine a ciel sereno, tanto che un bel mattino me ne andai a scuola e il maestro ci fece fare il nostro primo tema. Un’emozione grande, misto alla paura di non riuscire, ma tutto improvvisamente in me si rischiarò: il tema parlava di questi 4 cappelloni inglesi che, ovviamente, in classe nessuno conosceva. Come da consuetudine il tema era correlato da disegno e io, da bravo e diligente (ancora per pochi anni) bambino, mi cimentai in una fedele riproduzione della band intenta a suonare. Ho un unico enorme rammarico: non avere ancora quel quaderno, inconsapevole che sarebbe stato l’inizio di un amore di quelli che non potranno finire mai. È rimasto, invece, quel vinile – o meglio se ne sono succeduti nel tempo (compreso il CD) parecchi perché questo disco per me ha un’importanza fondamentale e, poi, lo considero una delle vette principali del #rock. Uno di quei dischi che ami sempre e che apprezzi in maniera differente durante la maturazione. Se all’inizio colpiscono il solo di “Whole Lotta Love” oppure “Heartbreaker” crescendo inizi ad amare “What Is And What Should Never Be” oppure “The Lemon Song” o il blues finale “Bring It On Home” rubato a Sonny Boy Williamson. La prima facciata di questo disco è a dir poco perfetta, Jimmy Page suona la chitarra come un dio, Robert Plant alla voce è una forza della natura, dolce e tagliente che sembra non aver limitazione alcuna e John Paul Jones al basso assieme a John Bonham alla batteria non sono una semplice sezione ritmica, sono qualcosa che sa incantare e regalare adrenalina pura. Come nell’album precedente la partenza è qualcosa di sublime. Se l’anno prima “Good Times Bad Times” era capace di far saltare dalla sedia l’ascoltatore l’intro di “Whole Lotta Love” ha qualcosa di magico, eterno ed etereo. Il riff iniziale ti prepara a un provocatorio orgasmo che crescerà strada facendo (non dimentichiamo che era il 1969) fungendo da perfetto apripista a una serie di canzoni che sapranno passare dal blues più viscerale alle ballate di matrice anglosassone, anch’esse particolarmente care alla band. Led Zeppelin II (1969 – Atlantic SD 8236) è uno di quei dischi che non dovrebbe mancare nella casa di nessuno. Come il cavatappi.


Led Zeppelin – II (1969)

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