Little Village (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Quando si sparse la voce che Ry Cooder, John Hiatt, Nick Love e Jim Keltner si sarebbero riuniti per registrare un nuovo album si creò una grandissima attesa e un po’ tutti abbiamo sperato che si potesse avverare un nuovo miracolo, come cinque anni prima. Ma quello che accadde in quella manciata di giornate di febbraio agli Ocean Way Studio di Los Angeles era irripetibile, e i più onesti, sotto sotto, ne erano abbastanza convinti. “Bring The Family” era, prima di tutto, un disco di Hiatt con 3 fantastici comprimari e viveva di un momento topico nella vita privata del grande songwtiter di Indianapolis che si riperquoteva con furore sulle 10 tracce dell’album. Little Village è, invece, un progetto spinto da Cooder che era forse in uno dei momenti meno creativi di tutta la sua immensa carriera, dove non stava uscendo materiale (“Get Rhythm” era del 1987 e anche le celebri colonne sonore erano un tantino a rilento), Hiatt aveva in cantiere il suo “Walk On” mentre Love e Keltner (soprattutto quest’ultimo) non avevano grandi problemi di ingaggi. Non c’è quindi, alla base di questo album l’esigenza di dover dimostrare qualcosa a sé stessi e alla vita ma, piuttosto, c’è la volontà di divertirsi facendo musica, buona musica. Non poteva essere altrimenti quando metti in pista 4 figure come i codesti signori e questo “Little Village” – uscito per l’etichetta Reprise, fondata da Frank Sinatra – senza paragonarlo al precedente lavoro del quartetto è un bel disco, ancora oggi, un signor disco, con alcuni brani di grande spessore. La band era stellare e chi era presente quella magica notte del 9 luglio alla Festa dell’Unità di Correggio (quella si che era una vera Festa dell’Unità) ha avuto la possibilità di assistere ad uno spettacolo difficilmente dimenticabile (si vocifera il migliore di tutto il tour europeo). Si parte con “Solar Sex Panel”, brano dalla tipica costruzione hiattiana, con una solida ritmica che sostiene il bel gioco delle due chitarre e la voce di Hiatt che inizia a scaldare l’atmosfera come pochi sanno fare. “The Action” è, invece, di Cooder e lo si percepisce dalla prima nota. Un brano dall’anima black, di quelli che ci riportano a “Get Rhythm” con un bel sincopato solo centrale. Il basso di Love aspetta la batteria di Keltner e assieme introducono “Inside Job”, ancora di Hiatt. Un brano non appariscente, ma la sua vitalità nera esce strada facendo aiutata dalla slide di Cooder che regala alla song quel sapore quasi voodoo che ti fa alzare le antenne. E quando meno te lo aspetti arriva il capolavoro, lento, avvolgente, lungo che non vorresti finisse mai. Una di quelle canzoni che vorresti aver scritto e poi dici, “boia sono solo due accordi”… Ma come suonano. Questa è “Big Love” e solo per questa il disco va comprato. Certamente non per la seguente “Take Another Look”, brano dal sapore pop di Love che risente del tempo trascorso e che non aveva fatto gridare al miracolo nemmeno allora. Altra storia per la caraibica “Do You Want My Job”, bella ballata molto solare che ricorda parecchio i lavori di Jimmy Buffett e – se anche non sono un amante del genere – non posso che ammettere l’ottimo lavoro fatto dai 4 amici. I molti effetti alla chitarra di Cooder in “Don’t Go Away Mad” non mi convincono fino in fondo, lo ammetto, ma erano suoni che in quegli anni andavano parecchio. Meglio passare oltre e torniano a casa Love con questo “Fool Who Knows” dall’incipit molto british con alcune reminiscenze Rockpile. “She Runs Hot”, invece, mi piace assai. Cantata un po’ da tutti che si passano la voce, vive su di una struttura rock, con la chitarra di Cooder capace di graffiare. Molto bella dal vivo dove viene dilatata dando ancora maggior risalto alle capacità strumentali dei quattro pards. A questo punto è il turno della canzone d’amore, e pensavare che l’accoppiata Hiatt & Cooder potesse sbagliare il colpo? Non sarà originalissima questa “Don’t Think About Her When You’re Trying A Drive”, ma sa dove andare a colpire. Chiude Cooder con la sua “Don’t Bug Me When I’m Working”, un brano che non avrebbe sfigurato nel capolavoro dei Los Lobos “Kiko”, soprattutto nella parte iniziale. Una sorta di gospel androgino, con un gran lavoro sia alle voci che alla chitarra: Brano intelligente e parecchio piacevole che chiude degnamente un album che forse meritava maggiore attenzione. Certo, non è “Bring The Family”, ma possiamo accontentarci.

[Antonio Boschi]


Little Village – Little Village (1992)
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