La prima volta che ho sentito parlare dei Los Lobos è stato nel 1983, ero a scuola ed era l’anno della maturità. Me ne parlò in toni entusiastici, ricordo benissimo, il buon “Cima”, un ragazzo di Reggio Emilia (i cugini reggiani in fatto di musica sono sempre stati più avanti, loro avevano il miglior festival dell’Unità di tutta Italia a Correggio, vicino a dove abito adesso, sul palco del quale sono passati un po’ tutti i grandi della musica). All’istituto d’arte parlare di musica era la normalità a quei tempi, c’era una gran bella atmosfera che ricordo sempre con grande piacere. Insomma, Cima mi disse di averli visti in concerto non so dove, quindi io volai al Mistral Set da mio fratello Paolo per ascoltare questa band e, lo confesso, non mi colpì in modo particolare, quindi me ne tornai a casa un po’ deluso. Pochi anni dopo acquistai “By The Light Of The Moon” e rimasi impressionato dal suono che usciva da quei solchi. Me ne andai al cinema a vedere “La Bamba”, il film che li fece conoscere al grande pubblico (ma che non mostra i veri Los Lobos i quali faticheranno per scrollarsi di dosso il peso del brano di Ritchie Valens), e divenne una delle band sulle quali puntare per il futuro. Da “How Will The Wolf Survive?” a “The Neoghborhood” l’amore per questa band di West L.A. aumentava a dismisura fino a toccare l’apice quando, nella primavera del 1992, arrivò il loro capolavoro: “Kiko” (Slash Records – 9 26796). Questo disco l’ho amato da subito e continuo a farlo tutt’ora perché ha saputo regalarmi emozioni fuori dal comune. Definisco capolavoro (sempre a giudizio personale) quel prodotto capace di toccare certi punti dentro di me e che sappia rappresentare a tutto tondo la maturità del suo esecutore. In questo loro nono disco c’è tutta la maturazione e l’intelligenza dei 5 componenti, ricco a non finire di nuove idee, contaminazioni su una base di rock’n’roll, roots music, blues, funky, mambo, musica norteña, soul e folk, suonato come dio comanda, dove l’amalgama tra i componenti ha un valore tale che è impossibile individuare chi sia più bravo. Un album che è un continuo crescendo, che ti entra dentro di brano in brano da lasciarti stordito. La batteria di Loulie Pérez e il bel basso di Conrad Lozano aprono meravigliosamente “Dream In Blue” e pian pianino entrano sia David Hidalgo con la sua chitarra e la bellissima voce, mentre Cesar Rosas ricama con le sue chitarre preparando la strada a Steve Berlin col suo sax. Contaminazioni sudamericane ma con suoni assolutamente moderni, quasi fosse un mantra, per “Wake Up Dolores”, sperimentazioni che ritroviamo anche nella bellissima “Angeles With Dirty Faces” con atmosfere da vecchio film in bianco e nero. “That Train Don’t Stop Here” è un gran blues, dove la band gira a mille e la sezione ritmica è semplicemente fantastica. L’atmosfera si è scaldata, il disco è entrato nel vivo e “Kiko And The Lavander Moon” consacra i lupi come tra i migliori esponenti della musica americana di quegli anni. Questa canzone da sola vale il biglietto. Notturna, sorniona, maledettamente intelligente, tutta in punta di dita ma capace di riempire tutta la stanza. Un applauso anche al produttore Mitchell Froom perché il suono di questo album è fantastico. Uno stacco di pura matrice norteña, perfettamente collocata dopo le meravigliose atmosfere precedenti, ed ecco “Saint Behind The Glass” che ci porta tutti verso quel Mexico che la band è stata capace di farci amare. Si rientra in America col rock di “Reva’s House” che cambia drasticamente il ritmo regalandoci una grandissima canzone. Mi piace sempre di più la seguente “When The Circus Comes”, melanconica, acustica, con la voce di Hidalgo – magistralmente doppiata nel coro centrale – capace di emozionarmi ogni volta. Cosa dire della dolcissima “Arizona Skies”, coi suoi strumenti acustici tipici della tradizione messicana e un vago sapore cubano, come quelli che saprà regalarci anni dopo Ry Cooder nel suo celebre progetto registrato all’Avana. Magnifica anche “Short Side Of Nothing” puro esempio di american music fatta con la testa e il cuore, dove chitarre acustiche ed elettriche si completano perfettamente trasmettendo gioia, al contrario della malinconica “Two Janes”, altra grande perla dell’album. La tipica ballata alla Los Lobos, di quelle che vorresti sentirne in continuazione, dai suoni delicati e curati nei minimi dettagli; bellissima. Rosas ci canta una strampalata “Wicked Rain” che stacca completamente da tutto, ma ha un suono particolarissimo che sa farsi amare, così come il classico rock di “Whiskey Trail” che se fosse uscito da un disco di Dave e Phil Alvin coi loro Blasters non avremmo nulla da eccepire. Molto belli i soli di chitarra, distorti e graffianti. Tocca alla mia preferita, il lento blues “Just A Man”, dove c’è tutta la grandezza dei Los Lobos. Un brano semplice e, proprio per questo, difficilissimo da interpretare. I lupi riescono a dargli un’atmosfera piena di magnetismo che tiene tutto bloccato fino a quando la chitarra esplode scappandosene assieme all’Hammond. Un assolo (Hidalgo) semplice ma bellissimo, una vera e propria lezione di come si suona la chitarra blues, poche note, tantissima anima. Una bomba. “Peace” è un altro piccolo capolavoro. Basata su un refrain chitarristico di Cesar Rosas che sembra stia giocando, invece accompagna tutto il brano come un pifferaio magico che si trascina tutti gli strumenti in un’allegra marcetta verso il Messico dove, oltrepassato il confine, si trasforma nell’apoteosi spagnoleggiante “Rio De Tenampa” a cantar le gesta di Pancho Villa a degnissima conclusione di questo “Kiko”, capolavoro assoluto della musica americana. Qualche anno dopo ho avuto l’occasione – diciamo la fortuna – di assistere ad un loro concerto a Viareggio (era il 30 luglio 1995) ed è stato uno dei più bei concerti di tutta la mia vita, un lunghissimo set, a tratti psichedelico, di una tale intensità che mi aveva lasciato senza parole. Questa è veramente una gran band, e questo Kiko il loro miglior biglietto da visita.

[Antonio Boschi]


Los Lobos – Kiko (1992)
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