Nessuno meglio di Lou Reed (1942-2013) ha saputo “cantare” una città come New York, presentandocela nei suoi dettagli, nei suoi loschi bassifondi e nelle sue trasgressioni. Più che un vero e proprio cantante Lewis Allan Reed (il vero nome) era un provocatorio, trasgressivo, anarchico poeta maledetto. Un misogino vate del rock’n’roll, vero rappresentante dell’angoscia della grande metropoli e dell’inquietudine della sua generazione. Già coi Velvet Underground, la band seminale formata assieme a John Cale e sotto l’ala protettiva di Andy Warhol, aveva iniziato coi suoi testi a dipingere paesaggi fatti di droghe, omosessualità, sadomasochismo e morte. Aveva aperto una strada e il mondo punk tanto deve a questo genio newyorkese. Con alle spalle diversi capolavori da solista (“Lou Reed” “Transformer”, “Berlin”, “Sally Can’t Dance” e il famosissimo live “Rock’n’Roll Animal”) e il colossale flop “Metal Machine Music” – un doppio album di soli rumori e feedback ininterrotti che mise col “culo a terra” il cantante pieno di debiti (e anfetamine) – ecco arrivare nel 1976 Coney Island Baby, il disco che non ti aspetti. Un vero capolavoro, elogio dello spirito gay che stava divampando nella Grande Mela, e del quale Reed è sempre stato un cantore, che lo riporta in classifica riappacificandolo coi suoi tantissimi fan. Un disco pieno di amore e con un sound fantastico, rilassato ma che sa colpire nel punto giusto. Canzoni che ti entrano dentro ammaliandoti coi suoni per poi strapazzarti coi suoi trasgressivi testi. Formazione a 4 che vede Reed alla chitarra e alla voce (e che voce), Bob Kulick a ricamare meravigliosamente con le sue chitarre su una compatta sezione ritmica composta dal bassista Bruce Yaw e dal batterista Michael Suchorsky. Tutte grandi canzoni con punte elevate quali “She’s My Best Friend” col suo solenne incedere che trasforma una ballata folk in puro rock, la seguente indolente “Kicks”, un irrequieto sadico blues che cresce strada facendo e il brano conclusivo, che dà il titolo all’album, un vero e proprio capolavoro. Decadente e sognante brano che parte su un delicato riff chitarristico in continua crescita, come se stesse uscendo da una fanghiglia sospinta da un chorus di rara bellezza, per arrivare ad una conclusione dove la verità viene messa brutalmente sul tavolo. Album intimista dedicato al natio quartiere di Brooklin dove inventarono l’hot-dog.

Nel 2006 è uscita una ristampa con 6 bonus tracks risalenti al periodo, in 4 delle quali appare anche Doug Yule che fu il sostituto di Cale nei Velvet, ma che non regalano nulla in più ad un disco che rimane – anche dopo quarant’anni – uno dei capolavori della discografia di Lou Reed.


 

Lou Reed – Coney Island Baby (1976)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *