Prendete la più intelligente puttana del rock, una delle più fervide menti della musica americana di metà e fine anni ’60 e un bravo chitarrista, nonché compositore, e il risultato non poteva che essere “Transformer”, il secondo album solista di Lou Reed, prodotto da David Bowie e Mick Ronson. Ovviamente la puttana è Bowie (1947-2016) che in quegli anni stava costruendo il personaggio Ziggy Stardust, prendendo spunto – se non copiando – lo stesso Reed come Marc Bolan, Iggy Pop o Andy Warhol e lo spettacolo “Pork”. Ma allo stesso tempo – e qui gli va dato merito – volle aiutare, in segno di riconoscenza l’artista newyorkese (sua principale fonte di ispirazione) caduto in una sorta di limbo compositivo dopo la fine del fantastico ed innovativo progetto dei Velvet Underground. Stessa cosa che il londinese farà successivamente con l’altro americano Iggy Pop, anch’esso – ma in diverso modo – tra i principali artefici della fortunata (forse anche troppo) carriera di Bowie. Erano quelli gli anni – siamo nei fertili primi ’70 – in cui il Glam Rock stava catturando molta attenzione tra il giovane pubblico britannico ma, soprattutto (anche se inconsapevolmente) si stava seminando la nascita del movimento punk sia negli States che in territorio anglosassone. Lewis Allan “Lou” Reed (1942-2013) arrivava a questo 1972 completamente svuotato, anzi c’era quasi la volontà di abbandonare la carriera musicale dopo i 5 lunghi anni (per lo più economicamente infruttuosi) alla corte di Warhol e della sua Factory. Ma nel 1971 Richard Robinson, produttore e discografico della RCA, convinse un sempre più depresso Lou Reed a pubblicare un omonimo primo album che non risultò essere un successo e – tantomeno – un capolavoro, costruito su scarti o brani mai incisi coi Velvet ma che riaccese nel chitarrista americano la voglia di ritornare a fare musica ad un certo livello. L’etichetta fondata nel 1919 da Owen D. Young e David Sarnoff volle dare a Reed una seconda opportunità a patto che a produrre il disco ci fosse David Bowie che proprio in quel periodo stava registrando quello che sarà il suo album più importante di tutta la carriera “The Rise And Fall Off Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, decisione che non incontrò alcuna remora da parte di Reed e, ovviamente, la gioia di Bowie di poter lavorare accanto ad un suo idolo. Nel luglio del 1972 si iniziarono, perciò, le registrazioni presso i celebri Trident Studios nella capitale britannica che proseguirono fino ad agosto e dove Lou scoprì – e beneficiò – del grande momento creativo del chitarrista degli Spiders From Mars, Mick Ronson (1946-1993) che riuscì – certamente molto più di Bowie – a creare il suono giusto al momento giusto per la rinascita di Lou Reed. “Transformer” è un album molto ben suonato, ma che lascia alla chitarra e alla musica grezza di Reed (quasi fosse un bluesman) tutta l’anima e il groove che erano e saranno la carta d’identità musicale dell’ex Velvet. Non ci sono problemi per Reed ad adattarsi all’atmosfera londinese fatta di lustrini, eccentricità e vitalità che sono, in buona parte, figli della Factory warholiana che Reed – con le sue melodie e i testi dissacranti, trasgressivi e provocatori – aveva contribuito a far emergere distaccandosi completamente, come una vera contrapposizione, all’ormai morente generazione dei “figli dei fiori”. Sesso, omosessualità e bisessualità, eroina ed edonismo sono le tematiche di questo nuovo movimento che ha nell’anarchico maledetto poeta di Coney Island uno dei principali “genitori” e “Transformer” può essere identificato come uno degli album chiave per un’intera generazione e, soprattutto, per quella a venire. L’album inizia con “Vicious”, tipico rock metropolitano che parte da un suggerimento di Warhol e che è una sublimazione del sadomaso e dei vizi legati al sesso (ricordiamo che siamo sempre nei primissimi anni ’70). Riff semplice e distorto, come solo Lou sapeva fare, e la chitarra di Ronson – col consueto pedale del wha-wha fissò a metà – a regalare la prima sferzata. Sarà anche uno dei tre singoli che usciranno nei mesi a seguire. La seconda traccia – “Andy’s Chest” – è una delicata canzone d’amore dedicata a Warhol e che era rimasta nel cassetto dal periodo Velvet e che ci accompagna al capolavoro dell’album, quella “Perfect Day”, sublime ballata col piano di Ronson a far sognare un’intera generazione. Un brano che farà il giro del mondo, diventando una hit e che troverà la sua perfetta collocazione in una delle scene cult del meraviglioso film di Danny Boyle “Trainspotting”. Buona anche la seguente “Hangin’Around” che gioca su un tema rock’n’roll che potrebbe essere figlio dell’album “The Man Who Sold The World” di Bowie con la chitarra del biondo “Ragno di Marte” in bella evidenza. Chiude il lato A il secondo capolavoro del disco, uno dei brani più amati e conosciuti della discografia di Lou Reed: “Walk On The Wild Side”, con quella chitarra tipicamente reediana e quel meraviglioso giro di basso ad opera di Herbie Flowers. Una canzone semplice nella sua struttura delicata, ma dal testo fortemente dissacrante con espliciti riferimenti alla transessualità, alla prostituzione maschile e all’uso di droghe. Fu il primo singolo messo in commercio e, nonostante i timori dello stesso Reed che potesse venire censurato, divenne un singolo con un successo enorme, tanto che si narra che non ci fosse angolo o finestra di New York dalla quale non uscissero le note di questo brano divenuto memorabile. Evidentemente la censura non colse all’epoca il vero significato di alcune frasi gergali. In merito alla censura in Italia, invece, il retro della copertina – che vede Ernst Thormahlen immortalato in una doppia veste, sexy e discinta da travestito da una parte e maschia con una enorme erezione nei jeans attillati dall’altra – vedeva una fascia dorata con scritto “Produced by David Bowie and Mick Ronson” a coprire le zona inguinali del modello. Il lato B si apre coi 3 minuti di “Make Up”, con ancora il nostro americano che dichiara la propria simpatia per l’omosessualità (tematica che vedrà l’apoteosi col capolavoro “Coney Island Baby” del 1976). Segue il terzo brano uscito come singolo, “Satellite Of Love”, altro grande brano dalla struttura glam di grande impatto e bellezza con Bowie impegnato ai cori dove regala perle con la sua voce. “Wagon Wheel” è un brano tipicamente reediano, anche se si vocifera possa essere – invece – stato scritto dallo stesso Bowie. Canzone dal testo indolente e sofferente, come la vita di Lou in quegli anni, che arriverà a creare racconti su amore, droga e morte che caratterizzeranno “Berlin” dell’anno seguente. “New York Telephone Conversation” è un breve brano in stile vaudeville, quasi da cabaret. Tocca a “I’m So Free” – con la chitarra di Ronson (riconoscibilissima) a costruire il riff centrale – ad accompagnarci verso gli ultimi giri del vinile quando la puntina incontra le sonorità dixieland di “Goodnight Ladies” ben caratterizzate dai fiati, con la tuba di Flowers, i sax di Ronnie Ross e la tromba di Trevor Bolden, il bassista degli Spiders. Si spengono le luci, i musicisti lasciano la sala e a noi non resta che riporre il vinile nella sua busta e all’interno della bella cover che vede, in copertina, una foto in bianco e nero realizzata da Mick Rock che ritrae Lou Reed con un pesante trucco e la sua chitarra che diverrà, presto, una vera icona, soprattutto del movimento punk. “Transformer” è ancora oggi un disco che vive di luce propria, con ancora tanta credibilità, dove il rock metropolitano e underground degli inizi si fonde con atmosfere colorate e agrodolci del glam, mettendo in risalto la genialità di Lou Reed e la sua capacità di saper mutare la pelle senza mai perdere personalità.


Lou Reed – Transformer (1972)
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