Mason Proffit (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Correva l’anno di grazia 1969 quando i fratelli John Michael e Terry Talbot decisero di fare le cose per bene e dare un’evoluzione al loro progetto Sounds Unlimited, con il quale si esibivano nel circondario di Indianapolis (Indiana) e, successivamente, a Chicago, nel natìo Illinois. Quell’anno vide – così – la luce, per la californiana Happy Tiger Records, il primo album dei Mason Proffit intitolato “Wanted” che già faceva capire di che pasta erano fatti questi ragazzi. Oltre ai due fratelli impegnati alle composizioni dei brani, alle chitarre, armonica, percussioni, voce e, soprattutto, banjo (Terry) troviamo Art Nash e Tim Ayres a tenere il tempo (nell’ordine batteria e basso) e Rick Durett al piano. Due anni dopo, con alcune variazioni nell’assetto della band che vede l’ingresso del chitarrista Ron Schuetter e l’abbandono di Durett (sostituito da Terry) ecco arrivare nei negozi “Movin’ Toward Happiness” sempre per l’etichetta californiana dell’esordio. È un bel momento per la band e, nello stesso anno – ma questa volta per la newyorkese Ampex Records – ecco uscire “Last Night I Had The Strangest Dream” che permette alla band di esibirsi assieme ai più quotati Doobie Brothers, Steely Dan e John Denver. Questo crescendo di popolarità convince la Warner a mettere sotto contratto la band che regalerà all’etichetta di Burbank tre splendidi album tra il 1972 e il 1973, tra cui questo meraviglioso “Bare Back Rider” uscito col numero di serie BS-2704. Un disco con alcuni brani memorabili già dall’iniziale “Lily” che denota tutta la maturita sia nella scrittura che di esecuzione di questa band che non ha certamente avuto la meritata notorietà a differenza dei ben più banali (e spesso inutili) Eagles. Questo quinto album – forse il migliore – vede spaziare il gruppo in un repertorio che va dal tradizionale (la bellissima “I Saw The Light”) al Country-Rock dei migliori, vedasi “Dance Hall Girl” a vere e proprie gemme musicali come “To A Friends” ballata che chiude la prima facciata con 4 minuti di pura poesia e con un solo di chitarra elettrica conclusivo di gran classe. Con “Stoney River” si apre come meglio non si potrebbe il lato B di questo vinile, col violino di Bill Cunningham in bella evidenza assieme all’armonica di Bruce “The Creeper” Kurnow. Meravigliosa anche la seguente “Black September/Belfast” da far pensare che Nick Cave possa averla amata tanto pure lui. Il celebre gospel – scritto da Hank Williams nel settembre del ’48 – “I Saw The Light” rivive qui in una magnifica versione dove bluegrass e rock si fondono magnificamente col banjo di Terry Talbot che regala emozioni coi suoi veloci roll sulle 5 corde dell’antico strumento. Tocca alla struggente “Five Generations” con la sua struttura d’archi arrangiata da Jimmie Haskell riportarci agli anni ’70 prima della conclusica “Sail Away”, brano che si estranea dall’intera opera con richiami beatlesiani ma che non stona per nulla e ci lascia immobili ad ascoltare la puntina che gira a vuoto sul “binario morto” del vinile. Indubbiamente un album e un gruppo che avrebbero meritato ben altra sorte, ma vuoi la sfortuna ma, soprattutto, la decisione dei due fratelli di dedicarsi anima e corpo alla religione (John ha preso i voti francescani nel 1978), ci hanno privato di importanti figure del country-rock stelle e strisce dei primi anni ’70, il periodo d’oro di questo genere che inizierà a rivivere con l’avvento dell’Americana.

[Antonio Boschi]


Mason Proffit – Bare Back Rider (1973)

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