Mike Bloomfield, Al Kooper, Stephen Stills – Super Session (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Prendete un geniale tastierista, due chitarristi della madonna e metteteli in una stanza con un Hammond, un ampli, un bassista del calibro di Harvey Brooks e un giovane promettente batterista come Eddie Hoh e le ipotesi sono due: o si scannano oppure ne esce un capolavoro. A occhio e croce direi che tra questi personaggi è nata una bella amicizia e il disco – non a caso intitolato “Super Session” – è quanto di meglio ci si potesse aspettare in quel lontano 1968, periodo di grande blues revival dopo anni che la musica del diavolo era stata relegata in un angolo dal suo figlio rock’n’roll. Progetto nato per merito di Al Kooper – che di mestiere oltre che il polistrumentista fa il produttore, compositore e arrangiatore – che conosce durante le sessions di “Highway 61 Revisited” di Bob Dylan il ventitreenne di Chicago Mike Bloomfield (1943-1981), chitarrista che si era fatto le ossa da giovanissimo coi grandi “vecchi” del blues, soprattutto Big Joe Williams, prima di approdare nella Butterflield Blues Band che sarà il braccio armato (ed elettrico) del “rivoluzionario” Dylan al Festival di Newport. Bloomfield era uno dei più talentuosi e geniali chitarristi in giro per gli States in quella seconda metà dei ’60 e Kooper, che aveva occhio lungo, lo volle in questo suo esperimento fatto negli studi della Columbia Records di New York nel maggio del 1968. La novità era quella – molto forte ai tempi – di fare musica senza vincoli imposti dalla casa discografica lasciando, altresì, in piena libertà i musicisti mentre i nastri girano riempiendo bobine di (anche) errori ma, soprattutto, di musica geniale senza tempo. È quello che ne scaturisce da questo “Super Session” dove in due differenti facciate possiamo godere di una panoramica di quelle giornate newyorkesi che lasceranno il segno giungendo fresche ed incontaminate fino ai giorni nostri. Si parte con “Albert Shuffle” e da subito si capisce che la Gibson Les Paul è in ottime mani. Un classico blues in pieno Chicago style dove il fraseggio di Bloomfield ci dimostra quanto bene abbia imparato le lezioni dai vecchi bluesmen aggiungendo quel tocco di genialità innata che portava il chitarrista ad emergere di gran lunga rispetto a tantissimi coetanei, spesso più blasonati. Mentre Brooks e Hoh fanno i metronomi ecco comparire Kooper, prima guidando e arrangiando la sezione fiati, poi con il suo Hammond B3 con la maestrià che lo hanno reso celebre (vedasi l’intro in “Like A Rolling Stone”). Un bel gioco sulle note basse dell’organo apre la seguente “Stop”, altro brano strumentale come il precedente, dove i due amici si scambiano i solo in questo blues di Jerry Ragovoy (paroliere che scrisse “Time Is On My Side” e “Piece Of My Heart”) e Mort Shuman. In “Man’s Temptation”, dalla penna di Curtis Mayfield, fa il suo debutto la voce di Kooper in questo brano R&B che ci accompagna agli oltre nove minuti dell’ipnotica “His Holy Modal Majesty” dove emerge poderosa la bravura dei 4 strumentisti con un Bloomfield particolarmente ispirato che regala perle tra il jazz e la pura psichedelia. Chiude la prima facciata dell’album un’altra composizione a firma Kooper/Bloomfield dal titolo “Really”, magnifico slow blues dove da subito capiamo la genialità come chitarrista di Mike Bloomfield. Quanti chitarristi hanno provato a farsi le ossa su questo brano, cercando di cogliere quelle sfumature che rendono un passaggio semplice, a volte fin banale, qualcosa di unico. Ecco, questa è la differenza tra un bravo chitarrista e un geniale chitarrista, quel tocco – anche quell’errore – che subito ti fanno dire: “questo è Allman, questo è Garcia, questo è Green, questo è Bloomfield”. Arrivati a questo punto delle registrazioni problemi di salute (la schiena ma, soprattutto, l’eroina) impedirono a Bloomfield di continuare e allora Kooper, resosi conto di aver tra le mani del materiale notevole che andava messo subito sul mercato, decise di spostarsi verso la soleggiata California e chiamare un “nuovo” chitarrista texano che si era messo in luce con quel meraviglioso gruppo chiamato Buffalo Springfield che, nel frattempo, si era appena sciolto. Stephen Stills non esitò un istante e si imbarcò sul primo volo per NYC e arrivò a portare il suo rock miscelato col country e il blues alla corte di Kooper. Si parte con una cover di Dylan da Highway 61: “It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry” dove lo stile chitarristico Buffalo del biondo texano regala momenti di alta scuola mentre Brooks, che la suonava anche nell’originale, spinge come un matto sulle 4 corde del suo basso. La vetta massima di questa seconda facciata viene raggiunta sullo stravolgimento del brano dello scozzese Donovan Leitch “Season Of The Witch” dove oltre alla voce, organo e alla sezione fiatistica di Kooper emerge predominante la chitarra di Stills che, pigiato il pedale del suo wha-wha, ci regala attimi da pelle d’oca come farà un paio d’anni dopo nel suo primo album solista in “Go Back Home” aiutato, in quel frangente da Eric Clapton. Viene accreditata a Willie Cobbs la seguente “You Don’t Love Me” anche se pare sia del jamaicano Dawn Penn, quel che resta certo è che il brano raggiunse la massima notorietà nel 1971 grazie all’interpretazione degli Allman Brothers nel mitico “Live At Fillmore East” ma era già apparsa in “A Hard Road” di John Mayall ed eccola in questa versione con una strana chitarra particolarmente distorta. Chiudono i 2 minuti di “Harvey’s Tune” quasi una sigla da telefilm anni ‘50/’60 composta dal bravo bassista che da li a poco arriverà alla corte di Miles Davis diventando protasgonista nel capolavoro “Bitches Brew”. Si conclude qui questa Super Session, anche se nel 2003 uscì una versione in CD con 4 bonus track, ma la sostanza è questa, un album che a distanza di quasi cinquant’anni fa ancora parlare di sé, senza calcolare che l’anno seguente vedrà la luce quell’altro capolavoro (per conto mio ancora meglio) che è il doppio “The Live Adventures Of Mike Bloomfield And Al Kooper”. E qui siamo a toccare vette molto alte.

[Antonio Boschi]


Mike Bloomfield, Al Kooper, Stephen Stills – Super Session (1968)

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