Muleskinner-A-potpourri-Of-Bluegrass-Jam, foto Antonio Boschi, WIT Grafica & ComunicazioneComplici gli anni del folk revival anche la musica più tradizionale bianca degli Stati Uniti ha avuto la sua occasione per uscire, una volta per tutte, dai suoi naturali confini geografici (la catena montuosa degli Appalachi) e culturali. Tanti sono stati gli artisti che nei primissimi anni ’70 dello scorso Secolo si sono cimentati in quella che era una vera e propria operazione di innovazione verso un genere musicale che rischiava di restare relegato sui monti ad Est degli USA. Non tutti con risultati eclatanti ma alcuni – al contrario – hanno saputo dare una fondamentale scossa alla musica statunitense tutta. Se dei Seldom Scene ho già detto in alcune situazioni celebrando la fantastica band di provenienza dall’area di Washington D.C., mi preme portare l’attenzione verso una sorta di supergruppo (come andavano di moda in quegli anni) capace di unire il bluegrass classico con forme vicine al folk-rock e ai suoni progressivi che diverranno marchio di fabbrica del mandolinista David Grisman, uno degli artefici di questi Muleskinner e del loro unico album registrato presso i Record Plant Studio a Hollywood, California, ben distante geograficamente e culturalmente dalla terra natia del bluegrass. Sottotitolato “A Potpourri Of Bluegrass Jam” questo singolo album nasce in una manciata di settimane nella primavera del ‘73 grazie al lavoro di una serie di veri “numeri uno” dello strumento, come il chitarrista Clarence White (1944-1973), il banjoista Bill Keith (1939-2015), il chitarrista e cantante Peter Rowan e il violinista Richard Greene ai quali si affiancano il prezioso bassista John Kahn (1947-1996) e talvolta il batterista John Guerin (1939-2004). Ascoltato oggi Muleskinner è un gran bel disco, ma 45 anni or sono l’impatto su chi ha avuto la capacità di avvicinarsi a questo album senza storcere il naso (i puristi del genere da una parte e i “rockers” dall’altra), dev’essere stato non piccolo tanto da lasciare il segno verso un’evoluzione della musica country. Il quintetto si era riunito poiché doveva supportare Bill Monroe (1911-1996), indiscusso padre del bluegrass, in occasione di uno show televisivo dove, all’ultimo, il mandolinista di Rosine (Kentucky) fu costretto a rinunciare lasciando ai 5 nuovi amici l’intera scena. L’occasione fu ghiotta e l’amalgama del suono suggerì loro di incidere queste 11 tracce che usciranno grazie alla Warner Bros. poco dopo la sfortunata e prematura morte di Clarence White al quale, logicamente, l’album è dedicato. È proprio il grande chitarrista di Lewiston (Maine) che apre le danze imbracciando la sua Fender Telecaster dotata di “string bender” in “Muleskinner Blues”, un classico del repertorio di Jimmie Rodgers e George Vaughan. Il brano ci porta verso quel nuovo sound che il geniale chitarrista aveva portato ai Byrds, la leggendaria formazione californiana nella quale Clarence militò dal 1968 fino a febbraio del 1973. La voce di Rowan, inconfondibile, e il violino di Greene fanno il resto e siamo in pieno country rock di qualità. Non è da meno la seguente “Blue And Lonesome” un blues che ci arriva da Little Walter che, ancora in forma elettrica, si trasforma in una stupenda ballata country. Lasciata la Telecaster Clarence prende in mano la sua fida Martin ed eccoci ad esplorare una grande versione di “Footprints In The Snow” a firma Roger Miller & Jerry Elliott ma resa celebre da Bill Monroe quando Rowan e Greene facevano parte dei suoi Bluegrass Boys. In questo brano possiamo notare la grande tecnica del banjoista Bill Keith, non a caso considerato uno dei più grandi di tutti i tempi. “Dark Hollow” è uno dei brani che amo maggiormente e il quintetto ci regala una fantastica versione perfettamente equilibrata tra i vari strumenti e i giochi delle voci. Il violino di Greene guida il traditional “Whitehouse Blues” che ci accompagna a “Opus 57 in G Minor” brano che darà il via al nuovo sound di David Grisman capace di unire la tradizione bianca col jazz e creando quella che verrà denominata Dawg Music. Il brano chiude magnificamente la prima facciata in una fantastica cascata di note, dove nemmeno una è fuori posto e, soprattutto, in eccedenza. Il lato B si apre con “Runaways Of The Moon” dall’incedere quasi psichedelico con la sua melodia sognante. Il brano di Jim Roberts e Peter Rowan da strada ad una versione di un classico come “Roanoke” dove gli strumenti si danno il cambio in un inseguimento che acquista velocità man mano che il brano raggiunge la fine. Un altro classico della tradizione statunitense è “Rain And Snow” qui in una versione particolarmente riuscita con Rowan a cantare magnificamente questa drammatica ballata appalachiana. Se non conoscete le doti chitarristiche di Clarence White bastano i poco più di due minuti di “Soldier’s Joy” per capire quanto abbiamo perso in quel tragico incidente del 1973. Non sono da meno tutti gli altri componenti con Kahn, dietro al basso, vero e proprio mantice a tenere il tempo, mentre violino, banjo e mandolino duettano con le sei corde di White. Arriva il momento di vedere la puntina percorrere le ultime, strette, circonferenze del vinile e “Blue Mule” ci delizia per la sua bellezza nonché delicatezza regalandoci, ancora una volta, una grandissima esibizione da parte di musicisti veramente di un livello eccelso sia in tecnica che in gusto (cosa, quest’ultima, da non sottovalutare). Grisman, Rowan e Kahn, nello stesso anno, diedero vita anche ad un altro progetto chiamato “Old & In The Way” che li vedeva in compagnia di Jerry Garcia al banjo (si, proprio quel Jerry Garcia) e Vassar Clements al violino. Ma questa è un’altra storia e ci arriveremo presto. Intanto godiamoci questo Muleskinner disco fortunatamente ristampato sia in vinile che in CD.

[Antonio Boschi]


Muleskinner – A Potpourri Of Bluegrass Jam (1973)

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