Neil Young – American Stars ‘n Bars (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Tenuto nell’ombra da quei capolavori che compongono la famosa Ditch Trilogy (“Time Fade Aways”, “On The Beach” e “Tonight’s The Night”) e il seguente “Zuma”, l’album arrivato nei negozi nel giugno del 1977 ed intitolato “American Stars ‘n Bars” rappresenta alla perfezione il personaggio Neil Young con le sue luci e i suoi paradossi. In quegli anni il buon Neil Percival – da Toronto, Canada – aveva nel cassetto tanto di quel materiale che avrebbe potuto vivere di rendita per un lustro, se solo avesse avuto la mentalità imprenditoriale di certi suoi colleghi. Fortunatamente così non è e quel cassetto delle meraviglie ogni tanto lascia uscire qualche piccola perla, come recentemente accaduto con l’attesissimo arrivo del bellissimo “Hitchhiker”. Young fa quel che vuole quando lo vuole, questo pare sia chiaro e “American Stars ‘n Bars” ne è la conferma. Un disco (come altri) che doveva essere una cosa, poi diventa improvvisamente un’altra perché quella sera giravano nuove canzoni in quella vulcanica testa e, allora, ecco un album a due facce, come un Giano bifronte dove ad un lato A basato su un country sgangherato, che in alcuni momenti rasenta l’assurdità, si contrappone un lato B dove il rock ha tutte le lettere maiuscole e le canzoni sono dei piccoli capolavori che si riallacciano alla recente trilogia, forse la vetta massima della sua discografia. Con Young ci sono gli amici di sempre, i rozzi Crazy Horse che qualcuno dice facciano schifo – ma che con Young suonano, eccome se suonano – poi troviamo i fidi Ben Keith, Tim Drummond e Karl Himmel ai quali si affiancano ai cori le bellissime voci di Nicolette Larson, Linda Ronstadt, Hammilou Harris e Carole Mayedo col suo violino. “The Old Country Waltz” è puro counrty da bar di second’ordine, un tantino alticcio, acustico con i bei cori a cercare di riportarla in carreggiata. Più elettrica ma sempre con tasso alcolico oltre i limiti “Saddle Up The Palomino” con uno strascitato violino a giocare con la steel guitar di Ben Keith che sa il fatto suo. Insomma lo scatto dell’amico ed attore Dean Stockwell che appare in copertina rappresenta alla perfezione lo stato d’animo che pervade questa parte iniziale dell’album. Un giro nelle toilette per una rinfrescata ed ecco i nostri eroi tornare sull’immaginario palco per presentarci “Hey Babe”, ponte d’unione col seguente album “Comes A Time” mentre “Hold Back The Tears” ti spiazza, non sai proprio dove inserirla, ma queste atmosfere decisamente country torneranno nel 1985 con il bistrattato “Old Ways”. Chiude il primo lato del long playing (Reprise W 54088) la bella “Bite The Bullet” che ci fa tirare un respiro di sollievo. Da segnalare che l’intera facciata è stata registrata presso i Broken Arrow Studios, che poi è casa Young a Redwood City (California), il 4 aprile del ’77 pressoché in presa diretta come suo solito, mentre i brani che compongono l’altra facciata arrivano da diverse sessions registrate sempre nello studio di casa o agli Indigo Ranch Studio di Malibù (“Will To Love”, maggio ‘76) e a Nashville presso i Quad Studios (“Stars of Bethlehem”, novembre ’74). Quindi eccoci – da bravi fan del canadese – dopo una certa sofferenza voltare il vinile ed entrare nel “nuovo mondo” di Young, nel lato del bar che piace a noi, dove il whiskey è quello vero e non un torcibudella da vecchio west. Già “Star Of Bethlehem” è un netto segnale, dove pare che Young se ne stia andando a piccolo passo da quel West che con lui non ha nulla a che vedere per raggiungere la quiete di un fiume dove poter guardare i pesci risalire la corrente ed immedesimarsi in uno di loro con la struggente “Will To Love”. Registrara in casa da solo, davanti al camino (si sente ogni tanto il crepitare della legna), è un piccolo capolavoro, quasi irripetibile. Una canzone da venerare, tanto che lo stesso Young che non sarà più in grado di riproporla, costretto ad utilizzare la registrazione casalinga alla quale aggiungerà successivamente delle parti vocali e l’inserimento di un vibrafono e un mellotron che conferiranno alla canzone una forma di intimista cantilena, amara e sconsolata. Tutta la bravura e l’anima del loner emerge in questa lunga canzone, per me la migliore dell’album, che ci ripaga di tutta una prima facciata non da Neil Young. E dopo questo incantevole momento, dove il nostro corpo ha saputo mirabilmente rilassarsi, ecco arrivare un vero uragano, forse uno dei brani più conosciuti (ed amati) di Young, un classico in tantissime sue esibizioni live. Qui sono i Crazy Horse al gran completo che affiancano l’amico in questa “Like A Hurricane”, una sorta di trance sonoro dal ritmo calmo, ma talmente burrascosa da invadere e devastare tutto quello che incontra sul cammino, grazie alla sezione ritmica quasi ipnotica di Bill Talbot e Ralph Molina, la tastiera di Frank “Poncho” Sampedro e la struggente “Old Black”, la chitarra Gibson Les Paul del ‘53 di Young, che diverrà parte della storia del rock mondiale. Dopo averci stesi tutti Young ci lascia con “Homegrown” che, come “Hurricane” arriva dalle session casalinghe del novembre ’75, la tipica song di “seconda fila” youngiana che sa graffiare non poco, e dal contenuto naturalista che lo vedrà, da lì in poi, fortemente impegnato verso un maggiore rispetto per la terra. “American Stars ‘n Bars”, un disco strano semi-deludente nella parte iniziale, vero capolavoro nella seconda. Ancora una volta Young ha saputo stupire il suo pubblico, e pensare che in quel famoso cassetto c’erano canzoni come “Powderfinger”, “Pocahontas”, “Captain Kennedy”, “Sedan Delivery”… Ma questa è un’altra storia.

[Antonio Boschi]


Neil Young – American Stars ‘n Bars (1977)

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