Patti Smith, foto Antonio Boschi

Ce la vogliamo mettere Patti Smith sull’olimpo delle cantanti rock? Io direi senz’altro si, se non altro per l’intensità e l’intelligenza delle proprie interpretazioni, per la serietà che l’ha da sempre contraddistinta, per come sa tenere il palco, per la sua tenerezza celata dietro una maschera che ti lascia intravedere solo quello che vuole lei. Ha fatto anche un piccolo pezzo di storia Patricia Lee Smith, classe 1946 da Chicago ma newyorkese d’adozione. Poetessa, fotografa, pittrice ma, soprattutto, grande interprete vocale sa interpretare il momento storico musicale con assoluta intelligenza, coniugando le sue passioni per Rimbaud, Baudlaire, Blake, Jim Morrison, Bob Dylan anticipando, se non addirittura ispirando, il movimento punk che voleva e doveva risvegliare dall’apatia il rock dalla metà dei ’70 in poi. Album come “Horses”, “Radio Ethiopia” e “Easter” la consacrano come la poetessa del rock, capace di dare personalità al proprio lavoro quanto a quello altrui. Nella primavera del 2007 esce “Twelve” per la Columbia Records (82876 87251 22) che racchiude in poco meno di un’ora di grande musica 12 brani che rivivono di luce propria grazie all’intelligente lavoro della Smith e la sua band composta dai fidi Lenny Kaye alle chitarre, Kay Dee Daugherty alle percussioni e accordion e Tony Shanahan al basso, tastiere e seconda voce. A questi si deve aggiungere un nutritissimo numero di amici dei quali mi preme sottolineare la presenza, oltre a Flea dei Red Hot Chili Peppers, dei grandissimi chitarristi Tom Verlaine, fondatore dei Television, Rick Robinson, leader dei Black Crowes e del banjoista John Cohen degli illuminati New Lost City Ramblers. L’intelligenza di questa donna la si percepisce immediatamente dalla prima traccia, “Are You Experienced?” che ci presenta Jimi Hendrix senza la sua chitarra, ma con tutta la passione di questa immortale canzone in una versione di grande intensità. Persino i Tears For Fears di “Everybody Wants To Rule The World” ci guadagnano e la loro pop song diventa un gran pezzo che prontamente lascia spazio ad una delle gemme del disco, cisto che come traccia 3 la Smith ci propone una cupa versione di “Helpless” come solo il suo geniale padre Neil Young avrebbe potuto interpretare così bene, qui con un magnifico violoncello nelle mani di Giovanni Sollima a regalarci un brivido intenso. Dopo questa gemma veniamo catapultati in una delle mie canzoni preferite dei Rolling Stones, quella “Gimme Shelter” che apriva “Let It Bleed”. Verlaine e Robinson sanno come si trattano queste canzoni e la poetessa la canta da par suo in una meravigliosa cavalcata di 5 minuti con un intenso finale degno delle migliori “pietre rotolanti”. Pure i Beatles vengono omaggiati dalla poetessa e la loro “Within You Without You” è splendida con un’atmosfera di grande coinvolgimento perfetta per introdurci in uno dei capolavori della psichedelia americana, la “White Rabbit” di jeffersoniana memoria. Versione particolarmente acida dove, come sempre, Patti evita ogni qualsiasi confronto con l’originale, in questo caso non imita Grace Slick e ci consegna l’ennesimo capolavoro di questo “Twelve” che ci riconduce ai suoi brani di inizio carriera. Poteva Patti tralasciare un amico come Bob Dylan? Ecco, allora, da “Street Legal” giungerci questa smaliziata versione di “Changing Of The Guards” a confermarci la grandezza del menestrello del #Minnesota. Dopo Dylan ecco sopraggiungere un impensato Paul Simon e “The Boy In The Bubble”, forse leggermente sottotono, ma pronta ad accogliere un altro degli autori preferiti dalla Smith e con “Soul Kitchen” arrivano i Doors di Jim Morrison e si sente tutto l’amore per questa formazione e la loro canzone. Altro capolavoro in arrivo e “Smells Like Teen Spirit” ci riporta a quegli anni ’90 con una versione del famosissimo brano di Kurt Cobain in versione “old-time” col violino di Peter Stampfel, i banjo di Sam Sheppard, suo figlio Walker e John Cohen che addirittura preferisco all’originale. Tocca a Gregory LeNoir Allman e alla sua eterna “Midnight Ramblers” portarci nel Sud degli States con una buona versione di questo hit della Allman Brothers Band spogliata dal blues. Steve Wonder è un artista che conosco poco, quindi non posso giudicare questa versione di “Pastine Paradise”, ma posso dire che è bella, maledettamente bella, con un crescendo pieno di pathos e la voce di Patti che fa la differenza. Un disco notevole, un esempio per tutti quegli artisti che amano far cover dal quale imparare come si trattano e rispettano le canzoni altrui.

[Antonio Boschi]

 

Patti Smith – Twelve (2007)
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