Paul Kantner, Jefferson Starship – Blows Against The Empire (Foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)La fine di un sogno, di una illusione, di un’utopia. La fine definitiva della Summer Of Love, iniziata solo 4 anni prima in quella San Francisco che si identificava come una sorta di nuova Stonehenge per una comunità piena d’amore e solidarietà che voleva contrastare la Società/Chiesa monoteista imperante. October 6,66, come il “666” emblema dell’Anticristo, e data storica in cui l’LSD venne dichiarato illegale negli USA e, anche, del primo “Human Be In” a celebrare la bellezza dell’universo, della pace, dell’amore e della musica. Chissà come sarebbero andate le cose se quel lontano giorno del 19 aprile 1943 – Pasqua ebraica e l’inizio della rivolta del ghetto di Varsavia – il trenaduenne alchimista svizzero Albert Hoffmann (1906-2008) non avesse casualmente assunto il risultato della sua scoperta apprendendo, così, gli effetti della dietilammide dell’acido lisergico, più comunemente conosciuta come LSD. Non si può negare l’importanza che ha avuto questa sostanza psicotropa nella cultura giovanile alternativa di quegli anni ’60 e di come la musica abbia beneficiato del “bambino difficile” creato da Hoffmann. Forse non possiamo avere una data precisa dell’inizio di questo movimento, anche se è certo che nell’estate del ’65 nel piccolo quartiere di Haight-Ashbury una ristretta cerchia di persone abbia dato il via a tutto ciò, senza nemmeno rendersene bene conto fino a quando il quartiere venne preso d’assalto da uno svariato gruppo di persone, tra cui un piccolo gruppo di musicisti che fornirono la colonna sonora di quella che agli occhi di tutti pareva essere una bizzarra (contro) cultura giovanile, che seppe influenzare – di li a poco – parecchi giovani nel Nuovo ma anche nel Vecchio Continente. Quando ebbe luogo il Monterey Pop Festival (16-18 giugno 1967) molti di questi artisti erano divenuti degli eroi, dei veri e propri modelli di vita, cosa che – ovviamente – spaventò l’opinione pubblica di un’America certamente non pronta ad accettare una pacifica e colorata invasione di hippy, per di più drogati. Ma da quel quartiere californiano emersero alcuni dei migliori momenti musicale di tutta la storia del rock mondiale grazie a gruppi come Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service, Janis Joplin (arrivata dal Texas) e Jefferson Airplane. In quei pochissimi, ma molto intensi, anni tante cose cambiarono, tante figure – più o meno pulite, più o meno oneste – si insinuarono in questo “pacifico meccanismo” che non aveva calcolato bene la presenza dell’uomo e – come neve al sole – tutto finì. Un chiaro esempio furono i grandi Festival come quello di Woodstock o, soprattutto, quello di Altamont, dove era evidente che la fine era sopraggiunta e restava solo la musica, bellissima, ma ultimo baluardo di un sogno svanito. E anche i Jefferson si resero ben presto conto che tutto stava volgendo verso il termine, che non c’era più lo spirito che aveva permesso a quel piccolo aeroplano (disegnato dal fumettista Ron Cobb) dalla copertina di After Bathing At Baxter’s di distribuire colorati segnali su una città devastata dal consumismo e trasformata in una sorta di discarica. Ma il segnale non giunse mai a destinazione e, allora, Paul Kantner assieme a Grace Slick decise di costruire una potente astronave capace di consentire loro di scappare da una realta che, purtroppo, aveva intrappolato anche loro. Rimane, quasi come un canto del cigno, questo bellissimo “Blows Against The Empire” (RCA LSP 4448), il prototipo di quella Jefferson Starship che poco o nulla seppe regalare. Su quell’astronave non vollero salire Marty Balin e Spencer Dryden e solo parzialmente possiamo vedere apparire Jorma Kaukonen e Jack Cassidy che nel frattempo avevano fatto un bel passo indietro, tornando al blues con l’interessantissimo progetto Hot Tuna. Ma ci furono amici importanti che entrarono con la neo coppia ai Pacific High Recording e ai Wally Heider Studios di San Francisco per registrare uno dei più bei dischi di quell’era psichedelica che stava volgendo al termine, secondo solo quell’”If I Could Only Remember My Name” a nome di David Crosby e che racchiudeva, anch’esso, la crema dei musicisti di quell’area accorsi nei medesimi studi per costruire il capolavoro assoluto della psichedelia. Blows Against The Empire vede la partecipazione di artisti come Jerry Garcia a dividersi in parti di banjo, pedal steel e chitarra, Bill Kreutzman, Mickey Hart e Joey Covington alternarsi alla batteria, David Crosby con la sua meravigliosa voce e alla chitarra, l’amico Graham Nash, David Freiberg, Harvey Brooks e Phil Sawyer. Un disco che va assimilato tutto di un fiato, parecchie volte fino alla conclusiva “Starship”, vero monumento alla jam psichedelica con, neanche a dirlo, un Garcia superlativo. È un album allo stesso tempo surreale e consapevole, dove c’è ancora una velenosa punta polemica ma, anche, la gioia per l’imminente arrivo della figlia China che Grace aspetta da Kantner. Brani nel tipico stile Jefferson, come l’iniziale rabbiosa “Mau Mau (Amerikon)” o molto folk come la seguente “The Baby Three”, di Rosalie Sorrels, dove il banjo clawhammer di Garcia ci riporta nelle alture degli Appalachi. “Let Go Together” è un liberatorio inno sullo stile delle migliori songs del precedente album “Volunteers” che anticipa “A Child Is Coming” col prezioso contributo vocale di Crosby a chiudere il lato A del vinile. Il lato B si apre con “Sunrise” e i motori della nuova astronave si stanno accendendo e la seguente “Hijack” ci regala uno scampolo di viaggio liberatorio, tra chitarre acustiche e pianoforte (Slick). I 37 secondi di “Home” sembrano l’atterraggio della navicella su qualche nuovo pianeta e in “Have You Seen The Stars Tonite?” lo spettacolo delle stelle viste dallo spazio è magistralmente sottolineato dalla pedal steel guitar di Garcia. “XM” riaccende i motori per “Starship” che parte sulle note del piano (ancora Grace) e della “liquida” chitarra di Garcia verso un nuovo mondo pieno di “bianchi conigli” nel quale solo pochi eletti potranno arrivare? Chissà; a noi resta questa colossale opera che purtoppo non avrà più eguali se non con un momento di lucidità con “Baron Von Tollbooth & The Chrome Nun” del 1973 che chiuderà definitivamente la porte di un’era.

[Antonio Boschi]


Paul Kantner, Jefferson Starship – Blows Against The Empire (1970)

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