Portishead – Roseland NYC Live (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Confesso che è per merito della mia compagna Valeria se sono venuto a conoscenza di questo interessantissimo album della band inglese Portishead. Eravamo al Disco Club di Parma per fare la nostra “spesa” e, nell’oretta circa che si separa da casa, in auto abbiamo ascoltato a tutto volume questo “Roseland NYC Live” uscito nel 1998 per l’etichetta inglese Go Beat (559 424-2), una bomba. La band di Bristol, rea di aver creato assieme ai Massive Attack il genere che viene identificato come Bristol Sound o anche Trip-Hop, ha saputo con grande intelligenza mescolare tantissime atmosfere, da quelle dei film noir degli anni ’40 e ’50 ad un certo jazz, ma anche la psichedelia british con l’aggiunta di modernissimo dub, hip-hop e scratch il tutto diretto dalla bellissima voce bluesy di Beth Gibbons che tra una sigaretta e l’altra regala perle di altissima qualità. Questo album è la testimonianza live di un sontuoso concerto tenutosi presso il Roseland Ballroom di New York nella sera del 24 luglio 1997 dove, in aggiunta alla band, si sono affiancati una sezione d’archi composta da una trentina elementi più una ensamble di 5 fiati. Quello che ne esce è un sound ancora più avvolgente, a volte quasi lynchiano, carico di intensità emotiva, ricco di tensione con un profondo senso di inquietitudine ma, allo stesso tempo, anche rassicurante. La bellezza di un concerto in presa diretta dove devi essere veramente bravo per creare emozioni. E i Portishead lo sono per davvero. Si parte col Teremin del polistrumentista Geoff Barrow che invita la sezione d’archi in “Humming”, sorta di cupa suite d’apertura che riprende le atmosfere dei primissimi film di fantascienza e che ci conduce alla bellissima “Cowboys” dove il richiamo ai migliori Pink Floyd di “Ummagumma” è quantomeno d’obbligo, con la bellissima Telecaster di Adrian Utley in grande evidenza. Tutt’altra atmosfera ci avvolge con “All Mine” dove la voce jazz della Gibbons ci porta verso i regali bianco e nero di Hitchcock. “Mysterons” viene accolta da un grande applauso del pubblico newyorkese indubbiamente catturato da questi maghi dei suoni. Ancora il Teremin a creare trame intriganti mentre la precisa batteria di Clive Deamer conferisce al brano un ritmo marziale. Segue “Only You” introdotto da un basso blues di Jim Barr per poi dar spazio ai tanti suoni di Barrow, dallo scratching al piano Rodhes ai quali si aggiungono gli archi e la sezione fiati a conferire un’aurea nebbiosa al brano. “Half Day Closing” è un brano fortemente oscuro e sofferto, sorta di trip onirico con la Gibbons che canta con gli occhi perennemente chiusi e sigaretta in mano (esiste anche il video del concerto). Una canzone che ti lascia una strana sensazione dentro, che viene improvvisamente risvegliata da una banda di paese che per un attimo ci riporta sul mondo terreno e verso la seguente “Over”, quasi una litania ipnotica. Ed ecco arrivare la perla assoluta dell’album, forse dell’intera produzione dei Portishead: “Glory Box”. Un misto tra “Ike’s Rap II” di Isaac Hayes (quello di “Shaft”, ve lo ricordate?), i Colosseum di “Lost Angeles” e le atmosfere del Nick Cave più introspettivo. Un gioco di suoni in sottofondo che aiutano la straziante voce della bravissima cantante fino ad uno squisito assolo di chitarra (questa volta una Gibson Les Paul De Luxe Gold Top) di Utley, bruscamente interrotto dai “rumori” di Barrow, che usa sempre con gusto la tecnologia. Il classico brano che non vorresti finisse mai. “Sour Times”, come la seguente “Roads” arrivano da altri concerti, senza – ovviamente – le sezioni archi e fiati. Il celebre Warflield di San Francisco ha ospitato i ragazzi britannici il 1 aprile del ’98 e “Sour Times”, che ci ricorda alcune cose dei migliori Roxy Music (“In Even Dream Home A Heartache”) ha degnamente ripagato gli spettatori californiani. Stesso dicasi per il pubblico accorso il giorno 3 luglio al Quart Festival di Kristiansand, in Norvegia, che ha particolarmente gradito l’esibizione e questa ottima e toccante versione di “Roads”, un’altra delle perle dell’album. Chiude, purtroppo, “Strangers”, il brano dal sapore più rock, forse quello che colpisce meno per creatività, ma dopo tanto ben di Dio ci sta. Un disco strano per chi non è abituato a certe sonorità, non facile forse al primo ascolto se non si ha la voglia di aprire le porte della percezione, ma quando entra è meglio di un acido.

[Antonio Boschi]


Portishead – Roseland NYC Live (1998)

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