Credo che Randy Newman si sia fatto più soldi con le colonne sonore (Disney in primis) che coi suoi dischi. Anche le cover della sua famosissima “You Can Leave Your Hat On” (dal bellissimo Sail Away del 1972) devono aver abbondantemente contribuito al suo sostentamento, soprattutto nella versione resa celebre da Joe Cocker e comparsa nel film “9 settimane e ½” (cover perdonata grazie a Kim Basinger). Eppure Newman è un grande compositore, anticonformista, eccentrico e sarcastico, e qui la sua origine ebraica emerge in grande stile. Con un’infanzia fatta di spostamenti dalla natia Los Angeles, verso Mobile (Alabama), Jackson (Mississippi) fino a New Orleans (Louisiana) – dove inevitabilmente inizia ad assimilare le sonorità del Sud e ad innamorarsi del pianoforte – giovanissimo inizia ad esibirsi e a scrivere brani che verranno interpretati con successo da altri artisti e, solo nel 1968, pubblica il suo primo album “Randy Newman Creates Something New Under The Sun”, buono nonostante sovrabbondanti arrangiamenti orchestrali (c’è lo zampino di Van Dyke Parks) lo rendano un po’ indigesto. Due anni dopo torna in studio senza orchestra e con un gruppo di ottimi musicisti come Ry Cooder (non servono presentazioni, giusto?), il grande chitarrista Clarence White, Ron Elliott, i batteristi Gene Parson e Jim Gordon assieme ai percussionisti Milt Holland e Roy Harte e ai bassisti Al McKibbon e Lyle Ritz e incide questo “12 Songs” (1970 – Reprise 6373). Un album molto pianistico, bello, molto bello, molto americano. Ci sono un bel numero di grandi canzoni che spaziano liberamente (ed ironicamente) tra blues, folk, pop e rock in una miscela perfetta. Randy suona e canta da navigato cantautore qual è e i musicisti che lo accompagnano mettono la ciliegina sulla torta, anzi – ancora di più – sono come la glassa con gli zuccherini sul Buondì Motta. Poi c’è Cooder, allora ancora semi-sconosciuto. Provare ad ascoltare “Let’s Burn Down The Cornfield” e poi ditemi se non è uno dei migliori chitarristi, dotato di sopraffino gusto, di tutti i tempi. Ma ascoltate anche le conclusive “If You Need Oil” e il bluesone “Uncle Bob’s Midnight Blues”. Un disco che merita un ascolto approfondito perché è un piccolo capolavoro, un gioiellino da amare e dal quale farsi coccolare. Bello, bello, bello.


 

Randy Newman – 12 Songs (1970)
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