Mica è facile trovarsi di fronte alla discografia dei Rolling Stones e decidere cosa ascoltare. Ne hanno fatti di bei dischi queste “pietre rotolanti”, ma c’è una cosa che non mando giù: mancano significative testimonianze live di quello che, personalmente, considero il loro periodo migliore: da “Beggars Banquet” a “Goats Head Soup”. Non che il primo ciclo, quello che dal 1964, anno della pubblicazione di “The Rolling Stones” al 1967 non fosse degno di nota ma – ed è un gusto assolutamente personale – le stagioni coincidenti con gli anni 1968-1973 sono (e non solo per gli Stones) le mie preferite. Il geniale Brian Jones (1942-1969) si era prima ritirato dalla vita reale con l’abuso di droghe e alcol poi con l’abbandono definitivo del mondo terreno, lasciando gli Stones orfani di una delle menti della musica inglese dei Sixties. In Beggars Banquet non ci sono quasi più sue tracce e nel successivo capolavoro “Let It Bleed” le parti chitarristiche sono tutte nelle mani di Keith Richards mentre il biondo chitarrista si limita a qualche sporadica apparizione alle percussioni in “Midnight Rambler” e nella ballata “You Got The Silver” con l’autoharp. La morte sopraggiunse a registrazioni in corso alle quali parteciparono tanti grandi artisti, tra cui Mick Taylor che diverrà poi il quinto Stones a tutti gli effetti. Il debutto del giovanissimo chitarrista, che arrivava dai Bluesbreackers di John Mayall, avvenne il giorno 5 luglio nel mega concerto che si tenne ad Hyde Park e testimoniato dal film “Stones In The Park” che ci mostra il nuovo corso della band. Iniziò un grande momento, anche concertistico, per il nuovo quintetto ed ecco – finalmente – arrivare nei negozi di tutto il monto questo “Get Yer Ya-Ya’s Out!” (1970 – Decca, SKL 5065), album singolo che in poco più di 45 minuti ci regala una serie di grandi interpretazioni del repertorio stonesiano che stava tornando ad essere grande anche dal vivo. Il problema è che quell’album è singolo, mentre in quegli anni i gruppi iniziavano a far uscire i doppi che hanno fatto la storia. E poi si riferisce a registrazioni effettuate tra il 26 e il 28 novembre del 1969. Mancano testimonianze dei seguenti tre anni, e questo è un gravissimo peccato. È vero che ci siamo deliziati dei tanti bootleg usciti, ma la qualità audio non è mai stata elevatissima, se non in alcuni sporadici casi (vedasi “Nasty Songs”). Comunque questo c’era e questo abbiamo consumato, dall’iniziale carica di “Jumpin’ Jack Flash” all’omaggio a Chuck Berry (1926-2017), il vero Re del Rock’n’Roll, con “Carol” dove Richards si proclama l’unico in grado di poter venir considerato l’erede del chitarrista di Saint Louis. Mentre la batteria di Charlie Watts e il basso di Bill Wyman insegnano come si tiene il tempo nel r’n’r e mister Mick Jagger giganteggia con la sua voce inizia ad uscire dall’ombra il timido Taylor che con “Stray Cat Blues” comincia a farci sentire che la sua Gibson è in mani fidate e le lezioni di Mayall sul blues hanno dato grandi frutti. Una bella versione di “Love In Vain” – il brano di Robert Johnson col quale gli Stones l’hanno riportato ad essere considerato uno dei padri del blues – ci mostrano il giovane Mick alle prese con la slide. Un suono molto semplice ma d’effetto, come pretende il blues. Ed eccoci arrivare ad uno dei capolavori di tutta la discografia della celebre band inglese: “Midnight Rambler”, per me una delle più belle canzoni di sempre. C’è tutto in questo brano, c’è il groove, c’è l’anima blues, c’è il soul e poi c’è lui, Keith Richards. Ascoltate il riff iniziale e lasciatevi trascinare dal mantra creato dalle 2 chitarre e dall’armonica di Jagger, mentre Watts e Wyman sotto ci fanno capire cosa serva avere una sezione ritmica che sa cosa vuol dire suonare. Ma il clou è quando il sound rallenta e Richards gioca col groove e questa, signori, è una grande lezione per tutti. Da un capolavoro all’altro e girato il disco, ancora in estasi, veniamo colpiti dalle atmosfere voodoo di “Sympaty For The Devil”. Altra bomba che ti prende e ti scuote. Qui il gioco delle due chitarre è ancora più intrigante, prima Richards con un assolo sporco, rozzo ma di una bellezza eterna, poi Taylor che stravolge tutto, prima con fraseggi preparatori al seguente assolo dove esce tutta la classe e la pulizia del suono. Un po’ come se dopo il diavolo, sporco e cattivo, arrivasse l’angelo biondo in una tenzone senza sconfitti né vincitori. Non riusciamo nemmeno a godere in pieno della bella “Live With Me” ed ecco il secondo omaggio a Berry con “Little Queenie” prima di un altro dei classici riff di Richards che hanno fatto la storia e che guidano la bellissima “Honky Tonk Woman” che, dolcemente, ci accompagna al conclusivo rock adrenalinico di “Street Fighting Man”. Nel 2009 è uscito un interessantissimo box celebrativo per i 40 anni del disco con la ripubblicazione originale dell’album, 1 CD e 1 DVD con tracce inedite e un quarto CD con le esibizioni delle band d’apertura che erano quelle di un maestoso B. B. King e la sua band e quelle cariche di erotismo di Ike And Tina Turner. Però, e questa è la mia domanda, perché dover aspettare 40 anni (una vita) per ascoltare i blues di Robert WilkinsProdigal Son” e di Mississippi Fred McDowellYou Gotta Move” dai soli Jagger e Rochards e i classici “Under My Thumb”, “I’m Free” e una bellissima “(I Can’t Get No) Satisfaction”? E quante altre ce ne saranno? E gli anni successivi? Mondo crudele.

[Antonio Boschi]


Rolling Stones – Get Yer Ya-Ya’s Out! (1970)

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