Nel mio sempre curioso peregrinare alla ricerca di nuovi suoni e nuovi stimoli una decina di anni fa mi imbattei nei Rufus Party, band italianissima (vengono dalla provincia di Reggio Emilia e, coincidenza, ora vivo a pochissimi Km da loro) e da queste parti sono considerati quasi come un’icona musicale. Mi piace sottolineare che questa zona è sempre stata particolarmente ricettiva e propositiva in merito alla musica anche oltre le locali star nazionali (Nomadi e Ligabue, su tutti). La musica la si ascoltava e suonava parecchio e tanti erano i locali dove poter assistere a live set sempre interessanti. Oggi, purtroppo non è più così, ma questo è un altro capitolo (doloroso). L’incontro con Marco Parmiggiani, chitarrista del gruppo fu subito positivo, in lui vidi quel fuoco sacro che sa accendere la musica a chi la adora per davvero, che da un senso alla vita. Tramite lui iniziai ad ascoltare (live e da supporti fonografici) la band che è all’attivo da ormai 20 anni, non una bazzecola, sempre alla costante ricerca di nuovi stimoli per alimentare e far crescere la propria musica. È difficile, se non riduttivo, etichettare i Rufus Party poiché il loro sound, pur partendo dal #Blues e da varie sonorità della Black Music, ha saputo contaminarsi grazie alla onnivora volontà di questi 4 ragazzi nell’avere un’apertura mentale all’ascolto che – da sola – merita un plauso. Musicalmente tutti molto preparati, il già citato Marco con le sue chitarre e la pedal steel è affiancato da Alessandro Bertolotti, il “dandy” del gruppo, ottimo bassista e cantante, Gianluca Lusetti, roccioso e delicato batterista ai quali si aggiunge il ferrarese Samuele Seghi che coi sui Hammond e Wurlitzer piano aggiunge al groove quel tocco sixties che risulta essere perfetto. Ultimamente è facile imbattersi, durante i loro live, nell’amica Michelle Cristofori ad aiutarli con la sua bella voce. Questo album, intitolato Connection è della fine 2015 e si presenta graficamente in modo meraviglioso. Sembra arrivarci direttamente dai primi anni ’70 quando i dischi erano una gioia anche per gli occhi. Doppio vinile e CD allegato, con i testi di tutte e 11 le tracce. Un disco da goderselo tutto d’un fiato, magari con una buona birra in mano perché sa toccare le derivazioni giuste. “Alle” canta benissimo e la band ricama sonorità alle volte dolci, altre quasi punk, da vera Garage Band e il risultato lo possiamo percepire da perle quali l’iniziale younghiana “Entity”, le meravigliose “Memories” e “Remorse”, due brani di gran classe, la desertica “Mothership Connections”, l’unica cover “Trouble Of The World” – pescata dal repertorio di Mahalia Jackson e letteralmente trasformata – e la conclusiva, sognante, acustica “Second Version”. Un gran bel disco che consiglio vivamente non perché questi ragazzi sono diventati miei amici, anche se sono molto contento che ciò sia accaduto.


 

Rufus Party – Connections (2015)
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