Sex Pistols – Never Mind The Bollocks (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Indubbiamente non il più bel disco punk, certamente uno dei più famosi e fondamentale, per certi versi. Con “Never Mind The Bollocks” la band londinese dei Sex Pistols ha fatto scattare nella vecchia Europa quella molla che darà il via in quella seconda parte degli anni ’70 ad un nuovo movimento di ribellione sociale e musicale arrivato, ancora una volta dalla lontana America. Londra e gli inglesi nuovamente – come con il blues e la psichedelia – furono gli unici capaci di amplificare ulteriormente le tendenze arrivate dagli USA. Pare che tutto sia partito dalle forti influenze dei Velvet Underground e MC5, prima, e degli Stoges, dopo, che iniziarono un discorso che era un esplosivo mix di ribellione, provocazione e violenza. Personalmente ho il sospetto, anzi la convinzione, che Bob Dylan possa essere l’antesignano di tutto, quando destabilizzò completamente la musica statunitense trasformando il proprio suono da acustico memestrello a corposa band elettrica ben dieci anni prima che Ramones, Heartbreakers (quelli di Johnny Thunders), o Television iniziassero ad imporsi all’attenzione del nuovo pubblico giovanile. In Inghilterra a questi idoli d’oltreoceano vanno aggiunte le fondamentali influenze di gruppi seminali quali Kinks e Who, che a loro volta avevano dato un potente scossone al movimento rock non solo britannico. Quindi Londra come NYC o Detroit a raccogliere il distacco da una musica che si stava commercializzando sempre più, lasciando al business il posto che era magicamente stato quello della vera espressione artistica e della denuncia. I suoni patinati venicano sostituiti dal nichilismo e dal furore di watt che uscivano da sgangherati amplificatori pompati all’inverosimile da distorsori con cantanti urlanti a raccogliere gli sperimentalismi di Lou Reed – consacrato come vero padre del movimento – e dei suoi Velvet. Questo testimone fu raccolto da gruppi composti da musicisti più o meno capaci, questo alla fine importava relativamente, e riguardando il tutto oggi è ben evidente che gruppi come Clash, Television, Talking Heads, ma anche Stranglers, o Siouxie And The Banshees avessero ben altra preparazione ma fu proprio un gruppo quasi creato “a tavolino” che fece conoscere un po’ al mondo intero il fenomeno punk, e questi erano appunto i Sex Pistols, progetto del manager Malcolm McLaren che dopo l’esperienza coi New York Dolls nel 1976 prese sotto la propria ala protettrice la sgangherata band The Strand, la epurò dell’allora chitarrista Wally Nightingale sostituendolo col bassista (o meglio dire uno che suonava il basso) Glenn Matlock, commesso in un suo negozio di abbigliamento, affiancando loro un giovane stralunato cliente dal nome di John Lydon che verrà ribatezzato come Johnny Rotten che usava indossare una t-shirt con una scritta che recitava “I Hate Pink Floyd”. Rotten era il frontman perfetto per il gruppo ideato da McLaren che doveva incarnare l’ala disperata e autosistruttiva del sottoproletariato giovanile inglese. L’anno successivo vede la luce questo loro album, concentrato di rabbie e disillusioni, capace di mostrare al mondo intero che non serve essere dei provetti musicisti per fare musica ed esprimere sensazioni atte a colpire nel vivo degli altrui sentimenti. E, allora, rendiamo grazia al blues, mi viene da dire. “Never Mind The Bollocks” è un disco tosto ancora oggi, con la rocciosa batteria di Paul Cook, la chitarra di Steve Jones ruvida più che mai che doveva nascondere nei live la totale incapacità del nuovo bassista Sid Vicious subentrato al posto di Matlock che non era riuscito ad integrarsi col gruppo, specialmente con Rotten. Pare persino che osasse lavarsi i piedi e un giorno affermò che gli piacevano i Beatles. Vicious era veramente disarmante come bassista ma aveva un look ed una attitudine punk che valeva la sopportazione. Nell’album, nonostante l’abbandono, furono Marlock e Jones a registrare buona parte delle tracce, mentre nei live il volume dell’ampli di Vicious era al minimo se non addirittura a zero. L’album uscì per l’etichetta Virgin Records che sostituì l’originale A&M Records dopo che Sid vomitò sul tavolo del suo direttore il giorno della firma del contratto. L’etichetta fondata da Richard Branson e Nick Powell fece uscire il singolo “God Save The Queen” scatenando una vera e propria guerra che divise il Regno Unito, ma questa mossa servì solo a far crescere l’interesse attorno al gruppo che improvvisamente si trovò ad essere assolutamente popolare. Con l’uscita del Long Playing – registrato tra il marzo e il giugno del ’77 ed uscito il successivo 28 ottobre – il caos aumentò a dismisura e parecchi epigoni nacquero in quello che non era ormai più una sottocultura relegata alla nicchia ma stava diventando una vera e propria esplosione di massa. Con un titolo del genere e con le quattro figure ad agitarsi sul palco il successo fu immediato e brani come “Holidays In The Sun”, “God Save The Queen”, “Anarchy In The U.K.”, “Submission” o “Pretty Vacant” divennero dei classici del genere che – nonostante tutto – hanno ancora oggi un certo fascino. Ripeto nulla a che vedere con gruppi come Clash, Television o Talking Heads capaci di ben altro, ma comunque importanti in un seppur breve momento musicale e questo “Never Mind The Bollocks” va guardato in un’ottica più sociale che musicale, anche se non lo nego, riascoltarlo ancora oggi a 40 anni di distanza dal suo acquisto non mi è per nulla dispiaciuto.

[Antonio Boschi]


Sex Pistols – Never Mind The Bollocks (1977)

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