Steve-Earle--Guy-(2019), foto Antonio Boschi, WIT Grafica & ComunicazioneQuando sento parlare di Texas immediatamente il mio cuore e la mia mente mi portano a quelli che considero i più grandi texani di sempre: Townes Van Zandt e Guy Clark. Nemmeno grandi amori come i bluesmen Mance Lipscomb, Blind Lemon Jefferson o Lightnin’ Hopkins, oppure i più blasonati Freddie King, Johnny Winter o i fratelli Vaughan, e la lista potrebbe essere lunga come la barba degli ZZ Top, pure loro texani come Janis, Willie Nelson, Kristofferson o Jerry Jeff Walker. Nossignore, per me i veri texani sono Clark e Van Zandt, al cuor non si comanda, e – poi – c’è il loro “figlioccio”, che tra problemi vari è maturato, in un continuo, a volte sfortunato, crescendo: Steve Earle. E dieci anni esatti dopo aver omaggiato Townes il sessantaquattrenne Stephen Fain Earle si concede quest’altro regalo, intitolato “Guy” dedicato all’amico Clark. Solo lui poteva cogliere lo spirito giusto del songwriting del compianto artista di Monahans (1941-2016), che lo volle al suo fianco nell’album di debutto, quel fantastico e ancora attualissimo “Old No. 1”, che lo consacrò alla storia tra i migliori cantautori non solo texani. Earle era una testa calda, uno di quelli che a 14 anni scappa di casa per andare a cercare il suo idolo a Fort Worth, dove viveva Van Zandt e che incontra casualmente Clark che lo carica quando, pollicione verso l’alto, voleva andarsene da San Antonio a Nashville. Incontro fondamentale questo che contribuì non poco a far crescere musicalmente il giovane songwriter nato a Fort Monroe, in Virginia, ma texano dalla testa ai piedi. “Guy” è un gran bel disco, che ci ripropone canzoni memorabili, di quelle che più le ascolti e più le ami ma che hanno, anche, la matura personalità dell’esecutore che – assieme ai fidi The Dukes – confeziona un disco che non è una banale riproposizione di brani altrui ma un vero e sentito omaggio a una persona che ha amato, e questo si sente. Sedici brani che vanno a ripercorrere la discografia di Clark, tutti inediti fatto salvo per la versione di “The Last Gunfighter Ballad” che aveva impreziosito l’album del 2011 “This One’s For Him: A Tribute To Guy Clark”. Oltre ai Dukes – ovvero Chris Masterson alla chitarra e voce, Eleanor Whitmore, violino, mandolino, chitarra tenore e voce, Ricky Ray Jackson, pedal steel e voce e la sezione ritmica che vede il basso di Kelley Looney e la batteria di Brad Pemberton – troviamo Shawn Camp, Verlon Thompson, Mickey Raphael, Jim McGuire, Gary Nicholson oltre alle voci, in “Old Friends” di Terry Allen, Jerry Jeff Walker, Emmilou Harris, Rodney Crowell e Jo Harvey Allen, insomma non gli ultimi arrivati e tutti a voler sottolineare, in punta di piedi senza protagonismi, il grande valore delle canzoni di Guy Clark. Basta l’iniziale “Dublin Blues” per farci capire che siamo al cospetto di un disco di assoluto valore, con le sonorità che sanno bilanciarsi tra il suono roccioso della Telecaster del leader e la pedal steel di Jackson, in perfetto country style. Tocca ad uno dei capolavori assoluti della canzone mondiale qual è “L.A. Freeway” farci sognare e capire, ce ne fosse bisogno, quanto era grande quel colosso di Clark. Non da meno per “Texas 1947”, come la precedente da “Old No. 1”, e dal quale arrivano anche le seguenti “Desperados Waiting For A Train” – ubriaca e con un bellissimo gioco tra la pedal steel e il violino della Whitmore – e “Rita Ballou”, che l’album lo apriva. Da “Texas Cookin’” arriva “The Ballad Of Laverne And Captain Flint”, qui con mandolino e violino protagonisti. “The Randall Knife” apparse la prima volta in “Better Days” del 1983 e ripreso in “Dublin Blues” del ’95. “Anyhow I Know” (ancora da “Country Cookin’”) sembra la tipica ballad di Earle e si capisce quanto possa aver amato Clark, così come per la delicatissima e triste “That Old Time Feeling”, di struggente bellezza. Molto coinvolgente “Heartbroke” con la band in bella evidenza, mentre nella già citata “The Last Gunfighter Ballad” troviamo Steve da solo con la sua Martin, ma non serve assolutamente altro. Una bella chitarra elettrica ci introduce in “Out In The Parking Lot” per tornare acustici con la tormentosa “”She Ain’t Goin’ Nowhere”, e sfido chiunque a non amarla da subito. “Sis Draper” ha un bellissimo incedere britannico, con reminiscenze vecchi Fairport Convention, ancora più che in “Cold Dog Soup” del suo autore. Un violino old-time style ci porta a scoprire la versione di “New Cut Road” che anticipa la conclusiva, e non poteva essere diversamente, “OldFriends” che ci da l’arrivederci che non è un addio, perché artisti come Clark e Earle saranno sempre presenti nei nostri cuori.

[Antonio Boschi]

Steve Earle & The Dukes – Guy (2019)
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