Prendete un artista che potrebbe essere uscito da un film americano, di quelli che il protagonista è dannato, rissoso, che entra ed esce da matrimoni e galere. Di quelli che mica gliela daresti volentieri tua figlia in sposa. Di quelli che sono – al contempo – geniali, ma che non puoi mettere in gabbia e costringere a fare quello che non vuole. Adesso mettetegli in mano una vecchia chitarra Gibson acustica e circondatelo di musicisti di primo livello e lasciatelo libero di dar sfogo alla propria indole, ai propri piccoli capolavori di una vita. Le possibilità sono che spari fucilate a destra e a manca uccidendo tutti e sé stesso oppure, come è accaduto in questo “Train A Comin’” che ne esca un vero capolavoro di #AmericanMusic. Ed il vero regista di tutto ciò è Steve Earle capace di regalarci preziose gemme chiuse nel cassetto da oltre vent’anni, fino a quel fatidico febbraio del 1995 quando nei negozi di dischi apparse, quasi a sorpresa, questo suo quinto lavoro uscito per la Warner Bros. (WH 3302-2). “Train A Comin’” è un album di american music, fatto come Dio comanda, con pochi elementi ma che sanno bene cosa devono fare e perché. D’altro canto quando ad un rocker di razza come il buon Stephen Fain Earle, classe 1955, affianchi personaggi come Peter Rowan, Norman Blake, il bassista Roy Huskey Jr. ed Emmylou Harris hai già fatto metà dell’opera, se poi le canzoni sono di questo livello il gioco è fatto. Nato a Fort Monroe, sulla costa a Sud della Virginia, ma texano d’origine il giovane Steve rientra nel Lone Star State al compimento del secondo anno nell’area di San Antonio dove inizia la sua movimentata vita. Abbandona gli studi, scappa ripetutamente di casa, inizia a suonare la chitarra frequentando tutti i peggiori locali per cercare di esibirsi emulando l’idolo del tempo: #TownesVanZandt. Avrà modo di conoscere personaggi del calibro di Guy Clark – che lo vorrà con lui nel suo “Old No 1” – Rodney Crowell, David Allan Coe e la stessa Emmilou Harris. Le sue canzoni cominciano a farsi conoscere e vengono interpretate da grandi nomi del panorama musicale americano, vedi Johnny Cash, Carl Perkins, Vince Gill, Joan Baez ed inizia a pubblicare album di un certo successo, come il famoso “Copperhead Road” del 1988 che lo portò ad imporsi all’attenzione del pubblico che conta. Ma il pessimo carattere e le droghe taglierebbero le gambe a chiunque e anche per il giovane Earle si profilava un futuro tra carcere e dipendenza ed invece eccocelo arrivare con questo piccolo capolavoro fatto di equilibri sonori e tanto sentimento. Un album totalmente acustico che risente dei trascorsi vicino ai propri miti, che non concede nulla allo showbiz, e che rimane ribelle, nonostante il suono sia molto diverso dal passato. L’album si apre con “Hometown Blues”, personale omaggio al grande #DocWatson dove il mandolino di Rowan e il dobro di Blake incorniciano la bella melodia chitarristica di Steve, scritta del ’74, che canta in modo convinto. “Mercenary Song” è una classica ballata, sempre del ’74, da confine tra Texas e Mexico, perfettamente resa dalla chitarra spagnoleggiante di Rowan che ci riporta al suo Panama Red. Definire solo splendida la seguente “Goodbye” sarebbe fare un torto a questa nuova composizione di Earle, una di quelle che tutti vorrebbero avere nel proprio repertorio. Un buon bicchiere di #MintJulep e questo brano ti porta dove vuoi tu. Dal 1978 arriva “Tom Anes’ Prayer”, più ritmata e con Norman Blake che ci dimostra, ce ne fosse bisogno, che alla chitarra ha pochi rivali, per gusto e tecnica, mentre il basso di Huskey è un perfetto metronomo. La voce della bellissima Emmylou Harris fa la sua prima apparizione in “Nothin’ Whitout You”, un delicato e malinconico brano bluegrass del 1980, altra vetta dell’album, che se l’avesse scritta #HankWilliams non sorprenderebbe nessuno. Piccolo capolavoro dove il quintetto si supera dimostrando come si fa a far grande musica. “Angel Is The Devil” rialza il ritmo ed è una canzone che potrebbe tranquillamente trasformarsi in un rock elettrico. Dal celebre album “Rubber Soul” dei Beatles ci arriva questa bella versione di “I’m Looking Through You” che qui rivive in chiave acustica americanizzandosi senza perdere smalto e bellezza. “Northern Winds” ci regala Norman Blake solo con la sua chitarra in uno dei suoi tipici brani dove è maestro indiscusso e che ci introduce in “BenMcCulloch”, meravigliosa ballata che ci racconta la storia di Benjamin McCulloch (1811-1862), soldato della milizia texana. “Rivers Of Babylon” è un brano “Rasta”, reso celebre dai jamaicani Melodians nel 1970 che qui, grazie all’aiuto della Harris e Rowan diventa quasi una ballata country. Altro capolavoro in arrivo – e non poteva non esserlo – l’omaggio all’amico Townes Van Zandt con l’incantevole “Tecumseh Valley” che mette in mostra tutta la dolcezza e la malinconia che contraddistinguevano le composizioni del songwriter di Fort Worth. Altro brano epico che lascia un profondo segno ogni volta che lo si ascolta. “Sometimes She Forgets” è stata scritta nel 1979 e nel ‘95 vede la luce in due differenti versioni, questa minimale e sincera oppure nella patinata esecuzione ad opera di Travis Tritt. Ascoltatele entrambe e poi capirete cosa vuol dire far musica per amore o per soldi. Chiude questo scarno e meraviglioso album “Mystery Train Part II” che, a ritmo di mandolino e mandola, ci accompagna alla fine di un tonificante viaggio nella semplicità della musica americana, degna conclusione di uno di quegli album che tutti dovrebbero avere.

[Antonio Boschi]


Steve Earle – Train A Comin’ (1995)

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