La cosa migliore degli Eagles, band che non ho mai amato particolarmente, è che mi hanno fatto conoscere il songwriter Steve Young (1942-2016) grazie alla loro interpretazione del suo brano “Seven Bridges Road”. Credo, anche, che Young sia addirittura più contento del sottoscritto, perché deve aver guadagnato più con le royalties di quel brano che per tutto il resto. Pochi giorni fa (17 marzo) ricorreva il primo anno dalla morte dell’honky-tonker di Newnan, Georgia che può vantare una carriera, tutto sommato, più che dignitosa a livello di notorietà iniziata nel 1968 con la band Stone Country con la quale pubblicò uno sfortunato omonimo album nello stesso anno. Ma l’esperienza fatta al Greenwich Village nei primi anni ’60 e il suo peregrinare tra gli Stati del Sud e la California lo portarono ben presto a decidere che la carriera da solista era quella più congeniale per il suo carattere e, allora, eccolo arrivare nel 1969 con suo interessante primo album “Rock Sailt & Nails” inciso per l’etichetta A&M di Los Angeles e nel quale figuravano nomi importanti del new country di quel periodo, come Gene Clark (1944-1991), Gram Parsons (1946-1973) e James Bruton. Con questo disco aveva contribuito a rafforzare ulteriormente il nascente country-rock, ma non certamente a rafforzare le proprie casse. Ci vollero altri 2 anni buoni per rivederlo in sala d’incisione e il risultato fu questo album del quale ne esistono ben 3 versioni, ognuna con qualche piccola differenza. Il primo uscì per l’etichetta Reprise (1972, MS 2081) ed è noto come “album verde” per il colore della copertina poi, nel 1975 la Blue Canyon Records acquistò i diritti e lo fece uscire con una differente copertina (di colore nero) che si differenziava dall’edizione europea licenziata dalla Sonet (1975, SNTF 705) che era di color marroncino. Nel 1981, infine (o almeno credo, mi sono perso ormai), intervenne la Rounder Records che ripubblicò il disco (RR 3058) con una terza copertina, di color bianco. Quest’ultima variava anche l’ordine delle canzoni, ne ometteva ben 6, presentava 4 nuovi brani e anche la versione del brano che da il titolo all’album, ovvero “Seven Bridges Road”, in questa edizione – nettamente inferiore all’originale – è nuova e registrata nel 1981 ai Celebration Studio di Nashville dove è anche stato remixato tutto il materiale esistente. Non ho mai avuto occasione di ascoltare il primo album, e tra i due in mio possesso non saprei dire quale preferisco, certo nell’edizione Rounder tra i musicisti figura Ry Cooder, oltre a Pete Drake, David Briggs (produttore del primo), Charlie McCoy e Karl Himmel tra i tanti presenti, ma dall’altra parte ci sono canzoni di grande spessore che mettono in luce semplicità e sincerità di un artista di tutto rispetto e forse un suono più sincero e genuino (il re-mix non ha certamente fatto miracoli). Comunque l’idea originale è stata mantenuta nella prima ristampa che ci presenta brani meravigliosi come “My Oklahoma”, “Long Way To Hollywood”, “Lonesome, On’ry And Man” e il blues “Ragtime Blue Guitar” – presenti in tutte le edizioni – ma è stato un gravissimo errore omettere brani come “The White Trash Song”, oppure la bella versione del brano di Merle HaggardI Can’t Hold Myself In Line” e “I Begin To See Design”. Tutto sommato sono entrambi due buoni dischi, adatti a presentarci un artista interessante capace di regalare altre perle come “Honky Tonk Man” uscito nel 1975 per la Rounder (ascoltate la bellissima versione di “The Night They Drove Old Dixie Down”, solo voce e chitarra) o il più recente Primal Young del 2000. Steve Young, altro artista da conoscere.

[Antonio Boschi]


Steve Young – Seven Bridges Road (1972)

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