The Allman Brothers Band – Live At Beacon Theatre (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Uscita della metropolitana di New York sulla Broadway direttamente sul piccolo ma ben curato Giuseppe Verdi Square Park (e per un parmigiano è sempre una bella emozione vedere la statua del Cigno di Busseto), si prosegue per qualche centinaio di metri e sulla destra si incontra la tipica tettoia che contraddistingue i teatri statunitensi con le insegne luminose che presentano gli spettacoli. Sotto il grande logo in neon bianco “Beacon” capeggia una banda luminosa rossa con – in grandi lettere gialle – The Allman Brothers Band, Tonight! Sold Out! Non è un sogno, sono a NYC con un biglietto in tasca per assistere non ad uno ma, bensì, a due spettacoli di una delle più importanti band di tutti i tempi, ritornata a far musica ad altissimo livello dopo un periodo decisamente imbarazzante seguito da una logica sosta. Ma adesso, siamo nel marzo del 2011, le cose girano alla perfezione. Il giorno 11 marzo Ferdinando ed io arriviamo al teatro con grande anticipo, dopo aver mangiato un piccolo panino al bar dietro l’angolo entriamo al Beacon e ci indirizziamo alla reception annunciando che abbiamo un appuntamento con Gregg Allman. Tutti i controlli di rito, ci viene assegnato un pass e un corpulento signore ci introduce in un minuscolo e scricchiolante ascensore che in un infinito viaggio ci porta nell’area dei camerini dove grandi foto della band di Macon capeggiamo sopra ad una serie di divani in pelle nera. Da dietro una tenda compare, improvvisamente, Mr. Allman con i lunghi capelli raccolti in una coda, una coloratissima t-shirt e tutti i suoi tatuaggi che ricoprono quelle braccia viste tante volte volteggiare lungo i tasti del suo Hammond. L’emozione è immensa e dopo una serie di domande e foto di rito, la consegna di alcune copie de Il Blues e di un bel pezzo di Parmigiano-Reggiano (particolarmente gradito) salutiamo e ce ne andiamo, sempre scortati dall’omone di prima che ci porta sul palco (sul palco!!!) e poi verso i nostri posti in galleria. Il concerto inizia puntuale alle 20,00 (quanto da imparare dagli americani) e poco dopo la mezzanotte siamo a casa ancora esterefatti per quello che abbiamo visto, in attesa del giorno seguente, data storica poiché coincide con i 40 anni del famosissimo “Live At Fillmore East”, il più bel live di sempre. Ed ecco arrivare la fatidica sera, stesso percorso, stesso locale anche se stavolta non possiamo accedere al backstage, ma poco importa. Siamo nel bellissimo teatro con le sue decorazioni e statue dorate. Il palco ha uno sfondo psichedelico ricco di colori, la gente si saluta, ride, è evidentemente felice e il teatro si riempe diligentemente in ogni ordine di posto senza nessun problema. Poi, all’improvviso, le luci si spengono e si sente la voce di Duane Allman che introduce e, finalmente ecco arrivare, direttamente dal 1971, il fatidico:”Ok, The Allman Brothers Band”. Un boato accoglie la slide di Derek Trucks che lancia “Statesboro Blues” e via, via tutti i brani in perfetto ordine come nel famosissimo doppio live che le puntine dei vari giradischi hanno solcato come aratri nei campi di cotone. Il primo set termina con una strepitosa “Whipping Post (Norwegian Wood Tease)” e la band si ritita per un meritato riposo. Intanto il pubblico è ancora incredulo per l’esibizione e, per l’occasione, Derek e Warren Haynes si scambiano la celebre Gibson Gold Top del ‘57 appartenuta a Duane. Il secondo set si apre così come chiudeva lo storico album, cioè con una chilometrica “Mountain Jam” che ci porta al blues di “Trouble No More” e di “The Sky Is Crying” dove Trucks regala un solo di una bellezza tale che ti verrebbe voglia di piangere. È la volta dell’unico ospite della serata. Tutti aspettavamo il ritorno di Dickey Betts – almeno nella sua “In Memory Of Elizabeth Reed”, ma è evidente che l’ascia di guerra non la si poteva ancora sotterrare – ed invece, graditissimo, ecco apparire David Hidalgo, geniale chitarrista dei Los Lobos che duetterà in “Don’t Keep Me Wonderin’” e in “Good Morning Little School Girl” prima di lasciare il palco newyorkese sotto una coltre di applausi meritatissimi. “Every Hungry Woman” è intervallata dal drums set “JaBuMaOT” e chiusa da “Mountain Jam” che ritorna per terminare il concerto. Ovviamente è tempo di bis e i sette protagonisti tornano per regalarci la conclusiva “No One Left To Run With” che ci manda a casa tutti in estasi. Una band stellare, che suona alla perfezione con una passione che si trasmette di nota in nota. La sezione ritmica è qualcosa di impressionante con gli storici Jaymoe e Butch Trucks ai quali si sono affiancati il percussionista Marc Quiñones e il bassista Oteil Burbridge che permettono ai due chitarristi e al leader carismatico Gregg Allman di regalarci alcuni dei più bei momenti di musica mai ascoltati. Il live del ’71 è qualcosa di inarrivabile, credo non sarà mai più possibile sentire un concerto come quello ma, credetemi, quella magica notte del 12 marzo 2011 i fantasmi di Duane e Barry Oakley hanno pagato volentieri il biglietto per accedere al Beacon Theatre e godersi uno spettacolo degno delle loro migliori prestazioni. Per dover di cronaca mi piace sottolineare che alla fine del concerto abbiamo potuto ritirare – come meraviglioso ricordo – le registrazioni dell’intero show, sia del giorno precedente che di questo. Così, ogni tanto, è bello riascoltare quel concerto rivivendo le emozioni e poter dire: io c’ero.

[Antonio Boschi]


The Allman Brothers Band – Live At Beacon Theatre (2011, Instant Live)

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