Mentre, a metà degli anni ’60, i vari gruppi avevano intrapreso un percorso lungo strade lastricate di colori, sogni ed erbe varie c’era un gruppo di ragazzi – giunto dal Canada con le loro pesanti giacche di lana a scacchi e amici di un batterista dell’Arkansas – che decise di avventurarsi lungo le “strade blu” di quell’America rurale e patriarcale dove è la terra la protagonista, vera e unica. La terra come “The Great Divide” che separa e che unisce, la differenza tra Nord e Sud, la storia della Guerra di Secessione vista con gli occhi di un americano che ha la sua personale visione dell’accaduto. Un percorso che questi 5 ragazzi hanno fatto, giunti negli USA – dopo le esperienze in Canada al fianco del rocker Ronnie Hawkins – inizialmente assieme al più grande di tutti, Bob Dylan, proprio colui che diede il nome al gruppo: The Band. Col menestrello di Duluth i ragazzi incisero “Blonde On Blonde” (1966) e partirono per il meraviglioso tour che possiamo apprezzare nel vol. 4 delle Bootleg Series e nel 1967 le registrazioni effettuate nella loro casa (Big Pink) nei pressi di Woodstock durante il periodo di convalescenza per l’incidente motociclistico che bloccò lo stesso Dylan e che confluirono nel doppio album “The Basement Tapes” (recentemente rimasterizzato).

È giunta l’ora di camminare con le proprie gambe ed ecco arrivare l’album di debutto che fece gridare al miracolo (“Music From Big Pink”, 1968) bissato l’anno seguente da “The Band” (Capitol EMS 1192), altro grande capolavoro, ancora più maturo, dove emergono tutte le grandi passioni della band alla costante ricerca delle radici storiche e musicali dell’America. Un condensato di miti dal blues, al folk, gospel, cajun e dove i protagonisti sono tangibili e reali, storici, geografici e religiosi, il tutto condito da uno stile musicale che avrebbe aperto porte a tantissimi musicisti da li in poi. The Band ha aperto le porte dell’immaginazione, come quando si va nella soffitta dei nonni e si apre il baule impolverato che contiene i segreti del secolo precedente. Ecco, allora, che emerge l’America più vera, delle praterie, i grandi spazi, le frontiere, la Guerra Civile, la posa dei binari delle prime ferrovie che univano l’East con quel West fatto di fango, sceriffi più banditi dei banditi stessi, puttane e wiskey. Ascoltando “The Night They Drove Old Dixie Down” tutto questo emerge limpido nel nostro immaginario con una nuova visione del Sud sconfitto nella Guerra di Secessione, dove Jessie James è giustamente l’eroe e i Pinkerton i cattivi. Dobbiamo tutti quanti ringraziare Robbie Robertson (chitarra e mente), Levon Helm (la voce e batteria), Rick Danko (basso e voce), Richard Manuel (piano e voce) e Gart Hudson (tastiere) perché oltre ad essere dei grandissimi musicisti hanno saputo regalarci un suono unico, vero e un bellissimo sogno. Un sogno chiamato America.

 


 

The Band – The Band (1969)
Tag: