The Black Crowes - The Southern Harmony And Musical Companion

L’ascolto della musica è spesso influenzata dal parlare con amici, dalla visione di un film o, comunque, da fattori esterni che fanno scattare quella scintilla e quella improvvisa voglia di andare ad ascoltare quel determinato autore o, addirittura, disco. Del resto anch’io con questa sorta di rubrica quasi giornaliera voglio pungolare la fantasia di chi legge perché, credo, che l’ascolto mosso da un fattore “scintilla” sia ancora più stimolante, addirittura adrenalinico. Chi ama veramente la musica credo possa capirmi. Il mio amico Stefano ha fatto questo con me, celando la cosa dietro una specifica richiesta ha voluto stimolarmi. E ci è riuscito, quindi “The Southern Harmony And Musical Companion” dei grandissimi The Black Crowes è rientrato – dopo oltre un anno – nel mio lettore CD, e con immenso piacere in questa domenica triste per la dipartita del grande Chuck Berry e per la mia mancata partecipazione all’odierno concerto milanese della Tedeschi Trucks Band (in merito a questo consiglio la lettura dell’intervista di Matteo Bossi a Derek Trucks apparsa nel n. 138 de Il Blues, appena uscito). Quanti fattori che senza una volontà specifica portano ancora più interesse all’ascolto di questo album. La morte del Re del Rock’n’Roll, la miglior band attuale di Southern Music in concerto in Italia e i Black Crowes consigliati da un amico. Ci sono tutti i requisiti necessari per godersi questo signor disco. Siamo di fronte ad una delle più belle realtà musicali esplose negli anni ’90 dove un intelligente mix di influenze tra Rolling Stones,  Faces. Led Zeppelin, Allman Brothers,  Grateful Dead e tutto il sound del Sud degli States ha determinato il personale carattere musicale di questa band nata ad Atlanta, capitale della Georgia nel 1984 da un’idea dei fratelli Chris e Rich Robinson. Dopo il bell’album di debutto, “Shake Your Money Maker” del 1990 il chitarrista Mark Ford rimpiazza Jeff Cease, il sound migliora, le canzoni si allungano con jam session particolarmente intriganti e l’approccio diventa più americano, con ballate dai toni psichedelici, col gospel che si insinua assieme a tutti i profumi del Sud in contrapposizione con il furente rock che diventa sempre più sudista. Un trionfo totale e la band ottiene un successo incredibile riportando indietro nel tempo le lancette dell’orologio della musica. Una vitale sferzata in un periodo un po’ buio per la musica. La resurrezione del Sud che verrà corroborata dalla nascita di nuove band, come i North Mississippi Allstars, il chitarrista dei quali (Luther Dickinson) diverrà il sostituto di Ford dal 2006 al 2011. Due anni ininterrotti di concerti, prima da apripista per i grandi (ZZ Top e Stones su tutti) poi headliners in torrenziali live con migliaia di spettatori. Una vita spericolata, pazza e anarchica (da veri sudisti), formano il suono del loro secondo album, uno dei migliori della loro carriera. Riff alla KeithRichards – come nell’iniziale “Sting Me” oppure nella bellissima “Black Moon Creeping” o nella seguente “No Speack No Slave” – sono il legame col passato che rimane vivo (e deve farlo e sempre lo farà), le influenze dei migliori Lynyrd Skynyrd emergono nella stupenda hit “Remedy” o nel capolavoro “My Morning Song” e qui il Sud riemerge definitivamente da quelle tombe piene di zombie che avevano affossato uno dei generi capace di regalare magiche atmosfere e sensazioni ad un’intera generazione. Una sezione ritmica spaventosa col roccioso bassista Johnny Colt e la sontuosa batteria di Steve Gorman di supporto alle due chitarre di Rich Robinson e Mark Ford, alle tastiere di Eddie Harsch, sempre puntuali, mentre Chris Robinson – vero leader sul palco con le sue movenze e la sua magnetica presenza – con la sua personalissima voce impreziosisce e fa da amalgama al muro di suoni. Poi ci sono le ballate senza tempo come solo nel Sud si riescono a fare. Dalla cover del brano di Bob Marley Time Will Tell” che chiude questo meraviglioso album e che viene stravolto diventando una sorta di gospel che ricorda le migliori cose di Delaney & Bonnie, alla delicata e sublime “Thorn In My Pride” che parte lenta, acustica, con l’Hammond che regala sogni per poi crescere in 6 minuti pieni zeppa di pathos. Rimane la parte più blues e che tengo per ultima. “Bad Luck Blue Eyes Goodbye” è la mia preferita ed è anche la più lunga. Una canzone che definire incantevole è riduttivo, un vero manifesto e una lezione di composizione musicale nella quale c’è un po’ tutto, nei giusti spazi e con un grande gusto. “Hotel Illness” è un rock blues roccioso con l’armonica di Robinson in bella evidenza, mentre “Sometimes Salvation”, pur restando bella potente, ha una sorta di malinconia – anche questa tipicamente di quelle terre a Sud della “Mason-Dixon line” che la rende preziosa. Un signor disco per una signora band, purtroppo (nuovamente) scioltasi, ma noi grandi fan aspettiamo sempre l’annuncio del ritorno. Tanto sognare è gratis. Quindi grazie a Stefano per questo stimolo e a lui dedico questo Welcome To The USA.

[Antonio Boschi]


The Black Crowes – The Southern Harmony And Musical Companion (1992)

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