The Flatlanders, One Road More, foto Antonio Boschi, WIT Grafica & ComunicazioneCi volle la coraggiosa etichetta inglese Charly Records per far sì che questo album del gruppo texano Flatlanders riuscisse a vedere la luce ben 8 anni dopo che il quintetto registrò – presso i Singleton Sound Studio di Nashville, Tennessee – le 17 tracce che compongono questo interessante “One Road More” (CR30189). La fortuna volle che in terra britannica ci fosse una buona attenzione verso Joe Ely, dovuta ai suoi album “Honky Tonk Masquerade” (1978) e “Down On The Drag” (1979) che in terra d’Albione ottennero un discreto successo, altrimenti è molto facile che queste canzoni sarebbero ancora a languire in una polverosa cantina. L’etichetta, nata in Francia nel 1974 grazie a Jean-Luc Young e trasferitasi su territorio inglese l’anno seguente, decise di mettere su vinile il lavoro di questo quintetto che aveva sede a Lubbock, Texas e che era basato principalmente su tre personaggi che diverranno ben presto noti al pubblico di tutto il mondo. The Flatlanders è l’emblematico nome che deriva dal paesaggio inesorabilmente uniforme della zona e che si riflette sulle canzoni proposte. La band si era formata nell’estate 1971 e, nonostante alcune variazioni nell’organico, vedeva punti fissi Jimmie Dale Gilmore con la sua languida voce lamentosa, Butch Hancock e il suo saper raccontare il “Lone Star State” e il già citato Joe Ely, indubbiamente colui che ha saputo più di tutti farsi largo nel panorama musicale statunitense. A questi vanno aggiunti il violinista Tommy Hancock, il contrabbassista Sylvester Rice e, in alcuni frangenti, Steve Wesson che crea dei bellissimi tappeti sonori con la sua “sega musicale”. Ely era un grande fan di Jimmie Rodgers – the “singing brakeman” – e come lui anche Gilmore, grande amante di blues e country music. I due decisero di formare una band di traditional country e a loro si unirono Butch Hancock, John Reed e Al Strehli. Altri membri che gravitavano attorno alla nuova band erano il mandolinista Tony Pearson, Rice, Wesson e Tommy Hancock che gestiva il leggendario Cotton Club assieme alla moglie Charlene Condray (anch’essa nota musicista locale) lungo la Slaton Highway (US Highway 84) a Sud della città. Nel frattempo Gilmore, Ely, Reed e Strehli registrarono una manciata di brani per il padre di Buddy Holly che possedeva uno studio di registrazione a Lubbock ma non se ne fece nulla e i Flatlanders iniziarono a concentrarsi sull’attività concertistica arrivando anche all’Amarillo Beer Garden come supporto a Marcia Ball, nel New Mexico, al Folk Festival di Kerrville e fino a Los Angeles, ma era – soprattutto – l’area di Lubbock che li vedeva protagonisti, fino a che non incontrarono Royce Clark, un produttore indipendente che lavorava alla Plantation Records di Shelby Singleton a Nashville che intravide in loro qualcosa di insolito, affascinato dall’approccio acustico della band. Nel febbraio del 1972, presso gli studi della celebre città del Tennessee, vennero registrate le 17 tracce e venne fatto uscire come singolo “Dallas” a nome di Jimmie Dale And The Flatlanders che ricevette un buon airplay ma nessuna significativa vendita e, perciò, il progetto si interruppe e non venne pertanto pubblicato nessun album a loro nome. Fortunatamente 8 anni dopo qualcuno si accorse di queste tracce ed ecco, quindi, questo “One Road More” arrivare – non con grande facilità – sui nostri giradischi e già le prime note di “You’ve Never Seen Me Cry” (Butch Habcock) ci fanno capire che non è stato un azzardo quello compiuto dalla Charlie Records. Un sound tipicamente texano che prevale e ci accompagna lungo tutti i giri del vinile sotto la puntina che accarezza brani come le seguenti “Dallas” (Gilmore) e “Tonight I Think I’m Gonna Go Downtown” (Gilmore/Reed). È ancora di Butch Hancock la bellissima “She Had Everything”, mentre esce dalla penna di Ed Vizard la seguente “Bhagavan Decreed” col Dobro di Ely in bella evidenza. “Rose From The Mountain” di Louis Driver ci accompagna allegramente a “Down In My Hometown”, bella ballata di Gilmore con sempre Ely alla slide, e la side A si chiude con la veloce “One Road More”, il brano di Hancock che da il titolo all’album. Il tempo di girare il vinile e subito il classico di Jimmie Rodgers “Waitin’ For A Train” si fa amare per la sua rispettosa interpretazione. Altro classico, questa volta della Carter Family, e “Hello Stranger” ci conferma la bravura di questi Flatlanders anche a cospetto dei grandi della popular music. Tocca a Willie Nelson, altro celebre texano, e la sua One Day At The Time” promuovere a pieni voti la band di Lubbock e il suo suono scarno e senza inutili orpelli. “Stars In My Life” è una tipica honky-tonk song sullo stile di Hancock che ci introduce allo strumentale “Not So Long Ago” di Gilmore. I fratelli Al e Angela Strehli regalano alla band 3 brani, “I Know You” e la conclusiva “Keeper Of The Mountain” (Al) e “The Heart You Left Behind” (Angela), mentre “Jole Blon” è un valzer tradizionale Cajun, spesso identificato come “inno nazionale” della popolazione di lingua francofona della Louisiana, che eleva ulteriormente la qualità dell’album, col suo Acadians sound. L’album è stato ristampato successivamente dalla Rounder Records (CD SS 34) nel 1990 anche se in forma leggermente ridotta col titolo “More A Legend Than A Band” e la band è ancora in attività quando i vari impegni dei 3 leader lo permettono.

[Antonio Boschi]


The Flatlanders – One Road More (1980)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *