Partiamo da un dato di fatto secondo me di importanza non sottovalutabile: ogni disco va guardato (ovviamente inteso come ascoltato) inserito nel contesto temporale di appartenenza. Mi spiego, è ovvio che un disco uscito nel 1970 va accostato agli altri prodotti dello stesso periodo, quindi le influenze, l’importanza e la novità del suono sono tutte nozioni in riferimento a quel periodo storico che va, in questo caso, dal 1968 al 1972 (più o meno). Stesso discorso vale per i precedenti e successivi periodi. Prendiamo la metà degli anni ’90 e una band come The Grapes, una meteora arrivata qui in Italia e come tale passata quasi inosservata ma che merita(va) maggiore attenzione. In quel periodo le Jam Band stavano iniziando a farsi conoscere (certamente più in America che in Italia dove non hanno – purtroppo – mai riscosso il giusto successo) e questi 4 ragazzi della Georgia furono in grado di porsi all’attenzione con questo loro terzo (quarto se si considera un primo introvabile vinile) prodotto discografico che fece gridare ad una sorta di piccolo miracolo. Ecco, il paragone lo si deve fare con la musica di quegli anni (buona o cattiva che fosse, senza alcun giudizio) e l’importanza che si deve dare a questa band è quella di aver riproposto – personalizzandolo – un suono che loro hanno assimilato da Allman Brothers, Grateful Dead (soprattutto nei live set) e, per un certo verso, anche dalla Marshall Tucker Band dai quali hanno preso certe venature più dolci e meno blues o psichedeliche. Il disco è bello già dalla copertina con quella grafica tipicamente americana ed il suono, ricordo benissimo, capace di dare una bella scossa già al primo ascolto. Risentito a vent’anni e più di distanza posso dire che mi lascia immutate le piacevoli sensazioni, quindi promossi il pianista Steven Fink, il batterista Rick Welsh, il bravo bassista Charlie Lonsdorf, tra l’altro fondatore della band ed unico membro rimasto dei primitivi The Dreadful Grapes, e il chitarrista Ted Norton. Il bizzarro nome che Lonsdorf diede alla band nel 1986 arrivava direttamente dallo scrittore della controcultura Ken Kesey (1935-2001, Qualcuno volò sul nido del cuculo un suo celebre romanzo) e fondatore dei celebri Merry Pranksters, che così presentò gli amici Grateful Dead in una data in Oregon. La band georgiana, in quegli anni, si ispirava tantissimo a Jerry Garcia e soci e non è un caso che nacque una proficua amicizia con l’altra jam band locale, i Widespread Panic, coi quali condivisero spesso importanti palchi. Negli anni ’90 mutarono il nome e iniziarono ad incidere alcuni dischi fino ad arrivare a questo “Private Stock” inciso per l’etichetta Intersound Records (DWF 9606), fondata nel 1982 da DonJohnson a Roswell, in Georgia. Un disco che sa di Sud già dall’attacco pianistico dell’iniziale “Been Gone Too Long” che prepara la strada alla liquida chitarra di Norton e alle belle voci di Fink e dei ragazzi (solo Welsh non canta). Ha dei ritmi più reggae la seguente “If You Got A Gun” con l’Hammond che sostituisce il piano. La seguente “Salvation” ha il torpore del Sud, come nelle migliori interpretazioni dei fratelli Caldwell e sa farsi amare da subito, mentre il ritmo si alza in “Someday”, pezzo forte nelle esibizioni dal vivo dove si dilata e gli spiriti di Duane e Jerry sorridono felici. “Jozetta” sembra uscire da “Brothers And Sisters” che si fonde con i Dead più country, belle le voci, la chitarra molto alla Betts e attenzione alla bella sezione ritmica che lavora di fino. Arriviamo ad un altro brano lento e molto coinvolgente come “Somewhere New” prima di tuffarci tra le note rock di “New Song”, quasi British in alcuni passaggi. “One Of These Days” è più funky e meno convincente delle altre, ma la band si riprende immediatamente con la seguente “Walking Under Ladders” che ci riporta in pieno piacevole clima Southern. Il riff iniziale di “Mama Flew” ci fa capire che ci troviamo al cospetto del pezzo clou dell’album, bellissima ballata semi-acustica e qui si fa un salto nel tempo indietro di vent’anni buoni. Gran pezzo. Chiude questo album dei Grapes “Above The Moon”che ha l’unico difetto (lo è un po’ per tutte) di essere troppo corta. Personalmente avrei tenuto un paio di canzoni nel cassetto dando maggior respiro ad altre, ma il maggior rammarico è che due anni dopo, successivamente la pubblicazione di “Juice” la band si è definitivamente sciolta, nonostante reunion quasi annuali ad Atlanta, ma nulla di più. Peccato, ma godiamoci questo “Private Stock”.

[Antonio Boschi]


The Grapes – Private Stock (1995)

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