The New Lost City Ramblers – Vol III (Foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Un giorno, ormai tanto tempo fa, un conoscente mi chiese un consiglio: se gli indicavo un disco di musica americana, di quella “vera”, delle origini. Ricordo perfettamente che gli offrì due possibilità: una per la musica nera – e credo di aver detto Skip James (rimane sempre uno dei miei preferiti) – e una di musica bianca dove, e qui sono sicuro, l’indicazione è stata per la band newyorkese dei New Lost City Ramblers che mio fratello Paolo mi aveva fatto conoscere alcuni anni prima attraverso alcuni album che, fortuna mia, sono ancora in mio possesso. Sono così sicuro di questo mio consiglio, del quale non ho mai saputo l’esito, perché “my brother” diceva sempre che “suonano come gli originali di 30/40 anni prima”. Ed in effetti riascoltando ancora oggi quelle registrazioni avvenute dal finire degli anni ’50 possiamo notare con quale perizia e dovizia il suono abbia mantenuto la propria originalità rispettando, soprattutto, l’appartenenza regionale delle varie interpretazioni. Ma come facevano 3 cittadini di una grande metropoli come New York a conoscere tutto ciò, soprattutto in un’epoca dove non esisteva certo internet e le notizie arrivavano sempre con difficoltà? Semplice, a muovere tutto era la passione, una grandissima passione per la musica rurale – su tutte quella che caratterizzava la fascia montuosa degli Appalachi – che Mike Seeger (1933-2009), John Cohen (1932), Tom Paley (1928-2017), successivamente sostituito da Tracy Schwarz, avevano onnivoramente studiato e registrato “on field”, magari suddividendosi buona parte delle regioni a Sud-Est del Paese. Bisogna partire dal presupposto che lo Stato americano, a differenza di molti altri europei (tra cui, malauguratamente anche l’Italia) aveva salvaguardato la propria musica popolare andando a registrare direttamente in loco questi canti tramandati solo oralmente, prima sotto l’egida della Library Of Congress di Washington e, dai primi anni ’70, con il supporto di parecchie facoltà di etnomusicologia sparse per il territorio statunitense. Aggiungiamo che il padre di Seeger era quel Charles Louis Seeger Jr. (1886-1979) noto etnomusicologo – tra l’altro fondatore dell’American Society For Comparative Musicology nel ’33 – la madre Ruth una compositrice e il fratello maggiore Pete (1919-2014) un celebre musicista e, anch’esso, ricercatore così come la sorella minore Peggy. Con questa base di partenza il lavoro era certo facilitato per il giovane Mike che, nel frattempo, aveva affinato la sua abilità vocale, al violino, dobro, autoharp, dulcimer e flauto dolce (ovvero gran parte degli strumenti utilizzati nell’Old-Time Music) ascoltando le registrazioni di Leadbelly, Woody Guthrie e altro materiale fattogli conoscere dalla famiglia. Cohen, da par suo, era anch’esso un musicologo agli inizi ma, anche, fotografo e regista cinematografico tra cui spiccano i documentari “The High Lonesome Sound” e “The End Of An Old Song”, vere pietre miliari sulla vita nelle Kentucky Mountain e nel North Carolina. Pare, perfino, che la canzone dei Grateful DeadUncle John’s Band” dovrebbe essere un omaggio a Cohen e ai NLCR. Il banjoista, violinista e chitarrista Tom Paley, recentemente deceduto, ha continuato nonostante la fuoriuscita dal gruppo (1962) a lavorare “sul campo”, fino a pochi giorni dalla morte avvenuta ad oltre ottantotto anni. I tre amici a questo punto unirono le forze e formarono la più importante “Urban Folk Band” in quel fervido periodo di Folk Revival che vedrà NYC e soprattutto il Greenwich Village assurgere a capitale e maggiore polo attrattivo per i nuovi giovani, affascinati da questo ritorno alle origini della musica americana che sfocerà nell’esplosione guidata dal giovanissimo Bob Dylan, noto seguace del trio reo di aver dato il via a tutto ciò. Tra la vasta discografia dei NLCR (si parla di 30 album dal 1958 al 2009, la maggior parte incisi con la prestigiosa etichetta Folkways) dire quale sia il migliore è impresa ardua e, forse, inutile vista l’importanza del lavoro svolto, ma diciamo che tra quanti in mio possesso il Vol. 3 è quello che esercita maggiore fascino. Uscito nel 1961 (Folkways FA2398), con – quindi – il terzetto fondatore, si presenta con la caratteristica copertina in cartone rigidissimo con all’interno un ulteriore cartone a protezione del vinile e un libretto in simil ciclostile con tutte le note redatte in tipico stile accademico (poteva essere altrimenti?). Ma la cosa strana è che in copertina capeggia una fotografia con 4 strumentisti hillibilly che non sono i NLCR, come a voler far credere che la musica è suonata da veri abitanti degli Appalachi e non da 3 cittadini metropolitani. Le 17 tracce contenute sono una meravigliosa vetrina di brani tradizionali registrati così com’erano su vecchi 78rpm con nelle note – oltre ai testi – gli autori originali e il disco di provenienza, cosa che ti fa venire una voglia pazza di andare a ricercarli tutti. Brani come l’iniziale “Black Mountain Rag” oppure “I’ll Roll In My Sweet Baby Arms”, “Railroad Blues”, “Hold Thar Woodpile Down” e “Hot Corn” li incontreremo a lungo così come “Willie, Poor Boys” e tanti altri brani. Ma quello che importa è la bellezza delle esecuzioni di queste perle di folk e blues bianco che avranno l’importanza di influenzare ed istruire la nutrita schiera di artisti che hanno contribuito a far diventare la musica americana (magari non proprio tutta) quello che è ancora oggi. Un grazie infinito ai New Lost City Ramblers, e se vi capita in mano un loro disco non esitate ad acquistarlo e correte a casa. La fame di sapere è ancora una delle cose più belle che la vita ci possa regalare.

[Antonio Boschi]


The New Lost City Ramblers – Vol III (1961)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *