Seldom Scene, foto Antonio Boschi

Par farla breve il bluegrass sta alla musica popolare bianca come il blues sta a quella di origine afro-americana. Per maggior precisione, ma sempre senza entrare troppo in dettagli, il bluegrass è una derivazione delle ballate di matrice europea (soprattutto anglo-scoto-irlandese) nata sulla catena montuosa degli Appalachi e via via trasformatasi in Old Time Music e a sua volta – contaminata anche dalla musica nera – in bluegrass nelle sue tante piccole sfaccettature. Anche l’utilizzo della strumentazione ha avuto una notevole evoluzione, si pensi al solo five stings banjo (lo strumento più “americano” di tutti, anche se di derivazione dalla kora africana) passato dall’essere suonato in stile clawhammer ai più raffinati “rolls” ideati da Earl Scruggs, Bill Keith o Béla Fleck solo per citarne alcuni. Il sound delle varie band si è, quindi, sviluppato mescolando altri generi, chi influenzato da contaminazioni jazz, chi col folk e la musica dei songwriter particolarmente apprezzati in tutta America. Verso la fine del 1971 – nella cittadina di Bethesda, situata a Sud della Contea di Montgomery, in Mariland – da un’idea del mandolinista e cantante John Duffey si forma quella che personalmente considero la più interessante band di Acoustic Roots Music o country-bluegrass chiamata, scherzosamente, The Seldom Scene. John Humbird Duffey Jr. (1934-1996), fondatore dei famosissimi Country Gentlemen, ebbe l’intelligenza di unire a sé alcuni dei migliori esponenti musicali del periodo, per di più anche pregiati vocalist, cosa che diede maggior vigore e personalità al suono della nuova band. I primi ad unirsi a Duffey furono il banjoista e chitarrista Ben Eldridge e il dobroista e cantante Mike Audridge (1938-2012) ai quali si aggiunsero il contrabbassista Tom Gray e il chitarrista e cantante John Starling. Poche prove e la scintilla scocca per questo meraviglioso ensemble che inizia ad esibirsi nell’area di Washington per, poi, incidere per la Rebel, label del Mariland specializzata in musica popolare bianca, il loro primo album “Act I” che si impose immediatamente all’attenzione per la sua freschezza e per il suo suono counrty-gospel particolarmente intrigante. L’anno seguente uscirono ben 3 album della band “Act II” , “Act III” e “Old Train” dove vecchio e nuovo si fondevano in una meravigliosa miscela di gusto e raffinatezza musicale con pochi eguali. Nello stesso periodo i vari artisti si cimentarono in altrettante riuscite prove soliste o in collaborazioni con importanti artisti statunitensi. Nel dicembre del 1974 venne registrato un concerto nel piccolo Cellar Door della Capitale statunitense. Il pubblico, particolarmente partecipe ha potuto godere di una magica serata del quintetto e la registrazione usci l’anno seguente in un doppio vinile (Rebel SLP 1547-1548) che racchiude alcune perle prese dai 4 precedenti album e alcuni inediti. Ventidue brani di grande musica, tra tradizione e progressive bluegrass con elevati picchi che rendono questo “Live At Cellar Door” un disco imperdibile. Bastano le iniziali “Doing My Time” e “California Cottonfields” a farci capire di che pasta son fatti questi Seldom Scene capaci di unire grande tecnica strumentale a virtuosismi vocali notevoli, dove Starling quasi sempre è il solista, mentre Duffey ricopre le parti di tenore e Auldridge quella di baritono. “Muddy Waters” è un’altra canzone che colpisce subito per dolcezza e per il perfetto uso delle voci, così come la magnifica “It’s All Over Now, Baby Blue” dal repertorio di Bob Dylan con perfetti contrappunti vocali. Lo sferragliare della locomotiva dell’IllinoisCentral sui binari che univano Chicago con New Orleans è meravigliosamente decantata dalla versione dell’hit di Steve GoodmanCity Of New Orleans” che se è un capolavoro di suo, qui lo è ancora di più. Stesso discorso per la meravigliosa esecuzione di “Will The Circle Be Unbroken”, il popolare inno di inizio XX secolo, reso celebre dalla Carter Family e, successivamente, nei repertori di tantissimi artisti come John Lee Hooker (Hooked In The Blues), Dylan & The Band (Basement Tapes Complete), Nitty Gritty Dirt Band (Will The Circle Be Unbroken Vol. 1, 2 e 3), Staple Singers (Why), Gregg Allman (Laid Back), Neville Brothers (Yellow Moon) e via dicendo. Anche il classico “Dark Hollow” subisce un trattamento coi fiocchi e la bellissima “If I Were A Carpenter” di Tim Hardin non le è certamente da meno. Le canzoni avanzano verso la fine e dopo “Georgia Rose”, le dolci “He Rode All The Way To Texas” e “White Line” arriva la conclusiva “I Know You Rider” coi suoi 7 minuti che vorresti non finissero mai e, invece, arriva la conclusione per questo disco, bello, bellissimo, capolavoro. Come i suoi predecessori, perché i Seldom Scene sono una delle più belle realtà della musica tipicamente stelle e strisce. Anche loro da prescrizione medica obbligatoria.

[Antonio Boschi]

 

The Seldom Scene – Live At Cellar Door (1975)

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