Tom Petty And The Heartbreakers "Damn The Torpedoes" foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione

Un album che ha fatto storia questo terzo prodotto discografico del compianto Tom Petty (1950-2017) con i suoi Heartbreakers, primo per la neonata Backstreet Records, etichetta californiana figlia della ben più blasonata MCA, dopo una non facile (soprattutto per Petty) diatriba a colpi di cause e avvocati che avevano ridotto l’artista con le pezze al culo, come si dice. Erano anni non facili per il rock quelli, minati dalla supremazia di pop patinato, disco music e dalla coda del punk, ma il biondo cantante e chitarrista di Gainesville, in Florida, riuscì a regalare all’ancora enorme pubblico affamato di buono e sano rock’n’roll un disco coi fiocchi, capace di non risultare scontato e obsoleto nemmeno oggi a quasi 40 anni dalla sua pubblicazione. Un disco di un uomo qualunque che racconta storie di persone come lui con quella bruciante passione che non ha mai abbandonato Petty, fino all’ultimo concerto dove nonostante forti dolori fisici non ha esitato a regalare tutto sé stesso al suo pubblico, sempre in adorazione. “Damn The Torpedoes” è puro rock di quello che solo i rocker di razza sanno fare. Basta ascoltare “Refugee” – il brano che apre l’album – e subito si è investiti da un tornado di grande potenza e, soprattutto, bellezza sonora. La batteria di Stan Lynch, la chitarra di Mike Campbell, l’Hammond di Benmont Tench e il basso di Ron Blair sono un muro che ci sbatte in faccia tutti i suoi mattoni e, poi, arriva la voce di Petty che urla – come fosse un punk arrabbiato, come fosse un Dylan senza Dio – tutto il suo orgoglio in questa love-song scritta assieme a Campbell. Si sente anche l’intervento del produttore Jimmy Iovine che fa fare un bel salto in avanti al sound degli Heartbreakers arrivando, giustappunto, a trovare la propria identità e marchio di fabbrica. È ancora della coppia Petty/Campbell la seguente “Here Comes My Girl” con la Rickembacker del biondo cantante ad invitare la band a convogliare a nozze con la sua voce. Altro piccolo capolavoro che precede “Even The Losers”, dura, sofferta e cazzuta (“persino i perdenti hanno un po’ di orgoglio, qualche volta hanno persino fortuna”), che chiude questo trittico iniziale capace di spiazzare chiunque. E non è che dopo vada peggio, “Shadow Of A Doubt (A Complex Kid)” ha una intro molto stile Who dei sixties per poi miscelarsi tra Byrds e Dylan, gran bella canzone, mentre tocca a “Century City” chiudere col suo rock’n’roll a suon di riff la prima facciata del vinile. Il Lato B si apre con la saltellante “Don’t Do Me Like That” che ci introduce in “You Tell Me” col suo sound che ci fa ritornare indietro di un decennio. Triste, sofferta e forse – proprio per questo – maledettamente bella, con quel suono minimale che non pretende una sola nota in più. “What Are You Doin’ In My Life?” vive su un bel gioco di slide da parte di Campbell in questa storia su di una stalker che ossessiona il protagonista per tutta New York. Cambia totalmente il registro la conclusiva “Louisiana Rain”, una bellissima ballata dal sapore country a narrare un viaggio dalla California verso Baton Rouge che arriva dall’epoca dei Mudcrutch, uno dei gruppi d’esordio di Petty dove militavano anche Campbell e Tench, e scritta dallo stesso Petty a casa di Leon Russell, quando lavorava come un quasi suo assistente. Una canzone che chiude degnamente un grande disco, dove Tom cavalca e racconta il sogno americano da vero Yankee spaccacuori, perché lui lo può fare, lui che non si atteggia a divo, lui che sa raccontare l’America della provincia e che continuerà a farlo attraverso i suoi dischi, fino alla morte.

[Antonio Boschi]



Tom Petty And The Heartbreakers – Damn The Torpedoes (1979)

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